Agenda In Parlamento Cosa segnalo Articoli e interviste Documenti bindiblog Foto


bindiblog

DICHIARAZIONE


16 Luglio 2007

L’appuntamento del 14 ottobre ha risvegliato nel popolo dell’Ulivo, nuove attese e una grande speranza nel Partito democratico. Queste attese e queste speranze non possono andare deluse. Anch’io, come tanti, sento la responsabilità di un impegno in prima persona.

Ho riflettuto a lungo sul contributo che avrei potuto dare a questa straordinaria opportunità per la politica e il paese.

Sono ormai convinta che la scelta più giusta e più utile sia quella di presentare la mia autonoma candidatura alla segreteria del nuovo partito.

Queste le mie motivazioni.

Per una vera competizione

Un partito che nel suo atto fondativo segna con coraggio una radicale discontinuità rispetto al passato e sceglie la nuova classe dirigente con una consultazione popolare, ha bisogno di una competizione vera. Una competizione che favorisca il confronto delle idee e porti alla luce le differenze e la ricchezza culturale del partito nuovo. Il Pd  sarà davvero quel soggetto politico aperto e plurale che abbiamo sempre voluto, se saremo capaci di andare oltre il recinto dei partiti fondatori e mescolare, insieme ai vecchi iscritti, nuovi nomi, nuove storie e nuove biografie. E chiunque vincerà le primarie, avrà una vittoria più forte e limpida se gli elettori non si limiteranno alla ratifica di un solo nome.

E’ il momento delle donne

Sono convinta che le donne non possano più aspettare. Sono maturi i tempi per lasciarci alle spalle gli schemi e i pregiudizi culturali che hanno finora tagliato fuori o posto ai margini della politica le donne italiane. Spero che la mia candidatura serva da incoraggiamento per tutte le donne che vogliono mettersi al servizio, in prima persona, della democrazia italiana e per tutti gli uomini che in questo obiettivo si riconoscono.

E’ il momento di far contare il peso e l’autorevolezza  di straordinarie energie femminili presenti nella vita sociale, economica, culturale del Paese.  

Un partito per il bipolarismo e la laicità

Il Partito democratico deve avere soprattutto l’ambizione di restituire autorevolezza alla politica e qualità alla nostra democrazia. C’è bisogno di dar vita ad un bipolarismo finalmente maturo, senza ambiguità e tatticismi nella politica delle alleanze.

Anche per questo è necessario cogliere fino in fondo la sfida di una nuova laicità. Il pluralismo etico, religioso e culturale che caratterizza la società italiana, e che va ulteriormente arricchendosi grazie al contributo offerto dai nuovi cittadini stranieri che insieme a noi stanno già costruendo l’Italia nuova, impone non solo un civile confronto tra credenti e credenti così come tra credenti e non credenti ma ci spinge alla ricerca di un orizzonte più avanzato di dialogo e collaborazione per il bene comune, nel quadro delle linee tracciate dalla nostra Costituzione.  

Un’Italia più libera e giusta

L’Italia sta tornando a crescere. Il Partito democratico deve sostenere e accompagnare l’operato del governo Prodi per superare le tante disuguaglianze - tra il Nord e il Sud, tra  giovani e anziani, occupati e disoccupati -  che frenano uno sviluppo di qualità. Vogliamo un’Italia più ricca ma anche più libera e più giusta.       

Le persone sono più forti delle regole

Il Comitato dei 45 ha approvato un regolamento elettorale che favorisce chi può contare su una forte organizzazione. Ds e Margherita, attraverso i loro più autorevoli esponenti, hanno già dichiarato di  appoggiare la candidatura di Walter Veltroni. Nonostante questi limiti sono convinta che in tantissimi, donne e uomini e soprattutto giovani e giovanissimi, che già si sentono democratici pur non militando nei partiti esistenti o sentendosi estranei ai loro apparati organizzativi, si aspettano e vogliono essere protagonisti di questa nuova stagione.

Faccio appello a tutti coloro che guardano con speranza al partito nuovo e non vogliono essere esclusi dal percorso che abbiamo avviato. Entro una settimana devono essere raccolte e presentate 3.000 firme. Fin d’ora chiedo la vostra disponibilità.

Non abbiamo molto tempo e abbiamo bisogno di ognuno di voi.

Con questa candidatura assumo una responsabilità nuova ma non solitaria. E’ un percorso che richiederà molte energie, passione e dedizione. Sarà un impegno quotidiano, a tempo pieno.

E se sarò eletta rinuncerò a qualunque altro incarico. Consapevole del rilievo di questo impegno per la nostra democrazia e il futuro del Paese

mi dedicherò esclusivamente a questo compito entusiasmante che corrisponde ad una grande domanda di cambiamento della politica.



Democratici di nome e nei fatti..


13 Luglio 2007

Le regole non sono tutto. Avrei preferito l’elezione del segretario del Partito democratico dall’Assemblea costituente, avrei voluto un’unica lista con autocandidature e voto di preferenza: se processo costituente dev’essere le regole devono favorire la massima partecipazione, libertà ma anche espressione delle diverse realtà territoriali.  Il Comitato dei 45 ha deciso a maggioranza in modo diverso e non vorrei che le grandi attese suscitate dall’appuntamento del 14 ottobre e dalla disponibilità di Walter Veltroni venissero vanificate da un meccanismo elettorale rigido e chiuso. Ma come dicevo, le regole non sono tutti, conta la politica e d’ora in poi è quello che dovremmo fare.  Tutti dobbiamo sentire la responsabilità di concludere bene una nuova e appassionante impresa. Il Partito democratico nascerà come abbiamo sempre voluto se davvero sapremo mescolare le storie e le culture politiche che si sono messe in gioco in questo percorso.

Il meticciato non mi ha mai fatto paura, ma per fare una buona sintesi, e sarà questo il compito del nuovo segretario e del suo gruppo dirigente, è necessario che le diverse identità in questa fase siano visibili. C’è bisogno di un confronto vero tra le sensibilità e le storie che stanno ora nei Ds e nella Margherita,  di una apertura reale ai mondi e alle realtà che fuori dai recinti dei partiti guardano con speranza e interesse al Partito Democratico.

Chiunque vincerà le primarie,  avrà una vittoria più forte e limpida se sarà frutto di un confronto con altri candidati, se gli elettori del PD non si limiteranno alla ratifica di un solo nome. La competizione non potrà mai essere “contro” uno o l’altro candidato. Sarà invece, come auspica Romano Prodi, una competizione “per”. Per arricchire il dibattito, per allargare la partecipazione, per motivare i nostri militanti, per eleggere un segretario vero, per praticare fin d’ora un modo nuovo di essere partito nuovo, per dar prova di autentica laicità.

Saremo democratici non solo nel nome ma con i fatti.

Le regole non sono tutto


13 Luglio 2007

Le regole non sono tutto. Avrei preferito l’elezione del segretario del Partito democratico dall’Assemblea costituente, avrei voluto un’unica lista con autocandidature e voto di preferenza: se processo costituente dev’essere le regole devono favorire la massima partecipazione, libertà ma anche espressione delle diverse realtà territoriali.  Il Comitato dei 45 ha deciso a maggioranza in modo diverso e non vorrei che le grandi attese suscitate dall’appuntamento del 14 ottobre e dalla disponibilità di Walter Veltroni venissero vanificate da un meccanismo elettorale rigido e chiuso. Ma come dicevo, le regole non sono tutto, conta la politica e d’ora in poi è quello che dovremmo fare.  Tutti dobbiamo sentire la responsabilità di concludere bene una nuova e appassionante impresa. Il Partito democratico nascerà come abbiamo sempre voluto se davvero sapremo mescolare le storie e le culture politiche che si sono messe in gioco in questo percorso.

Il meticciato non mi ha mai fatto paura, ma per fare una buona sintesi, e sarà questo il compito del nuovo segretario e del suo gruppo dirigente, è necessario che le diverse identità in questa fase siano visibili. C’è bisogno di un confronto vero tra le sensibilità e le storie che stanno ora nei Ds e nella Margherita,  di una apertura reale ai mondi e alle realtà che fuori dai recinti dei partiti guardano con speranza e interesse al Partito Democratico.

Chiunque vincerà le primarie,  avrà una vittoria più forte e limpida se sarà frutto di un confronto con altri candidati, se gli elettori del PD non si limiteranno alla ratifica di un solo nome. La competizione non potrà mai essere “contro” uno o l’altro candidato. Sarà invece, come auspica Romano Prodi, una competizione “per”. Per arricchire il dibattito, per allargare la partecipazione, per motivare i nostri militanti, per eleggere un segretario vero, per praticare fin d’ora un modo nuovo di essere partito nuovo, per dar prova di autentica laicità.

Saremo democratici non solo nel nome ma con i fatti.  

 



DICHIARAZIONE DEL MINISTRO ROSY BINDI


20 Giugno 2007

“Se come sembra e come spero Walter Veltroni si candiderà a segretario del Partito Democratico farò una mia lista per sostenerlo. Se invece non si candiderà, cosa che non mi auguro, credo che accetterò la richiesta di tanti amici o semplici elettori dell’Ulivo che in queste ore mi incoraggiano a candidarmi per contribuire ad elezioni vere e partecipate. Abbiamo bisogno di dar vita a una Assemblea Costituente forte e motivata per  costruire un partito davvero nuovo e democratico”.

 



Intervento del Ministro delle Politiche per la Famiglia Rosy Bindi


24 Maggio 2007

24 Maggio 2007

Signor Presidente,

autorità, signore e signori, mi consenta Presidente di esprimere la mia gratitudine personale, del Governo e di tutti i presenti. Il mio saluto è rivolto a Lei, alla Sua presenza che rappresenta l’unità del nostro Paese e nello stesso tempo è il segno concreto di una nuova e particolare attenzione alla vita delle famiglie italiane. Nella Sua persona le salutiamo tutte. Ma voglio, altresì, ringraziare per tutti il Sindaco di Firenze, questa meravigliosa città, questa regione, che ci accolgono con l’ospitalità che è di sempre.

Un grazie particolare anche al Cardinale Antonelli, Pastore della Chiesa fiorentina, per la sua presenza, per l’attenzione che ha voluto riservare a questa iniziativa sulla famiglia che il Governo italiano ha organizzato con tanta attenzione, ma anche con tante speranze.

1 - LA FAMIGLIA UNISCE E NON DIVIDE

Questa Conferenza nazionale è stata voluta dal Governo con l’obiettivo di predisporre il Piano nazionale per la famiglia, affinché la politica e le politiche pongano al centro le famiglie italiane con i loro problemi ma soprattutto con la loro capacità di essere una risorsa per l’intero paese.

Per la prima volta nel governo è stato inserito un ministro delegato esclusivamente alle politiche per la famiglia, dove il “per” esprime non soltanto l’oggetto materiale delle sue competenze, ma soprattutto le finalità della sua attività: promuovere la famiglia, secondo le indicazioni costituzionali, racchiuse negli articoli 29, 30 e 31.

Questo è il nostro orizzonte comune, che tanto bene ci è stato ora ricordato dal Presidente, da qui noi prendiamo le mosse, perché esso ci permette di superare le discussioni paralizzanti sul significato e sul contenuto etico e giuridico della parola famiglia.

Questo terreno condiviso sta alla base della nostra Conferenza: la famiglia è una comunità, una unità di persone che è chiamata a essere luogo di formazione, nella mutualità e nella reciprocità, della personalità di ciascuno

Nucleo fondamentale della società, la famiglia a cui ci riferiamo è quella dell’articolo 29 della Costituzione, frutto del pensiero e del lavoro dei nostri costituenti, i quali –pur così diversi per cultura e concezione del mondo- seppero trovare una sintesi felice. La formulazione letterale dell’art. 29: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”, non implica alcuna contrapposizione tra diritti della famiglia e diritti dei singoli.

Nella prassi politica c’è sempre stata una diffusa timidezza nell’attuazione di questo articolo, forse dettata dalla preoccupazione, costituzionalmente infondata, che il riconoscimento dei diritti della famiglia potesse legittimare situazioni normative in contrasto con i diritti inviolabili della persona.

In realtà non c’è ragione, né culturale né politica né costituzionale di continuare ad avanzare pregiudizi verso i diritti del gruppo familiare che anzi, anche alla luce dell’art. 2 della Costituzione e del principio personalistico a cui si ispira, appaiono funzionali alla tutela dei diritti della persona.

E se concordano orientamento costituzionale, senso comune, riflessione etica e poesia, penso per tutti al Cantico dei cantici che è appena stato interpretato per noi, forse possiamo essere tutti meno timidi nel fare nostra questa opzione antropologica.

E’ ora di liberare il dibattito dalle contrapposizioni politiche e dalle strumentalizzazioni reciproche. Perché è proprio nella realtà vera e vissuta delle famiglie italiane, nei loro bisogni dichiarati e nelle loro difficoltà inespresse, nei mutamenti culturali che la rendono sempre più complessa, che vogliamo individuare le nostre politiche.

Servire - come chiede ogni responsabilità politica e di Governo - le famiglie italiane, tutte le famiglie nella multiforme realtà della loro esistenza quotidiana – presuppone tuttavia che questo valore non abbia un confine labile e incerto.

La famiglia non è un concetto liquido, adattabile a qualunque situazione. Qualunque sia l’immagine che ciascuno di noi porta con sé, la famiglia resta un bene essenziale e insostituibile per la persona e la società. E’ il luogo privilegiato dove convivono, nella reciprocità, affetti, progetti, sensibilità, debolezze e potenzialità. Anche il gran parlare di crisi o meglio di trasformazione della famiglia indica, non tanto il venir meno delle ‘ragioni’ della famiglia quanto, l’esigenza di rimotivare e rilanciare il bisogno di famiglia della nostra comunità.

Si fa unità e si unisce il paese se nella consapevolezza del pluralismo presente nella società sapremo affermare insieme al primato della persona, la soggettività della famiglia.

Credo che passi anche di qui la sfida dell’autentica laicità, che non è assenza di valori, non è indifferenza di fronte alle grandi questioni etiche che attraversano la nostra società e la coscienza delle persone, non è contrapposizione tra visioni pluraliste della vita e complessità della realtà, ma è ricerca infaticabile di sintesi attraverso il dialogo e il confronto.

E’ con questa consapevolezza che il governo ha presentato alcuni mesi fa il disegno di legge sui diritti e i doveri individuali delle persone stabilmente conviventi. Quel disegno di legge, ora affidato alle Camere, riconosce ai conviventi alcuni diritti e doveri personalissimi, con lo scopo di valorizzare i vincoli di solidarietà e di tutelare la parte più debole. Il Governo non ha mai voluto intaccare il plusvalore della famiglia fondata sul matrimonio, ma al tempo stesso non ha voluto discriminare i diritti delle persone in base alle scelte di vita, né creare una nuova situazione giuridica paragonabile ad un matrimonio di serie B.

Non siamo comunque sordi alle preoccupazioni e anche al dissenso che si è manifestato verso questa proposta.

Due sono le intenzioni che non possono essere rimosse: il riconoscimento dei diritti dei conviventi, che nessuno mi pare vuole negare, e la salvaguardia della famiglia così come la Costituzione la disegna. Se vi è la condivisione di queste intenzioni, io credo che gli strumenti si possono trovare attraverso il confronto e il dialogo, in vista di una sintesi originale che possa fare il bene delle persone e della nostra comunità civile.

Ma questa Conferenza che ha a cuore il bene della famiglia, e se tutti la poniamo veramente al centro del nostro impegno, ebbene, proprio per questo, dobbiamo cercare le cause vere e profonde che mettono a rischio la tenuta della famiglia.

2 - LA REALTÀ DELLE FAMIGLIE

Guardiamoci attorno, dunque, con più libertà e lucidità di giudizio, e cerchiamo di leggere i mutamenti che attraversano la famiglia e di coglierne le cause.

Non presenterò una fotografia dettagliata della situazione demografica del paese né intendo soffermarmi in un’analisi sociologica delle trasformazioni in atto.

Troverete un ampio materiale - dati e dossier, curati per questa occasione dall’Istat e dal Censis che ringrazio - che offriamo a tutti come una solida base di conoscenza da cui partire nei lavori delle sessioni e dei gruppi. Mi limito a tracciare per sommi capi le linee di tendenza.

La specificità italiana ormai non è tanto la “bassa fecondità” ma la “persistente bassa fecondità” che va avanti da vent’anni. Nonostante il recente aumento delle nascite, continuiamo ad essere uno dei paesi che fa meno figli. Il numero medio di figli per donna è attualmente pari a 1,35. Eppure tutte le indagini dicono che in media le coppie italiane desiderano più di due figli. Nei prossimi decenni, ed è questa la conseguenza demografica più evidente, si avrà uno crollo della popolazione in età lavorativa maggiore rispetto agli altri paesi. Da qui al 2040, in particolare, avremo 7 milioni di anziani in più e 7 milioni di persone in età lavorativa in meno.

La popolazione invecchia, aumenteranno ancor di più i grandi vecchi. Gli anziani con oltre 80 anni, che sono già due milioni e mezzo, sono destinati a triplicarsi entro il 2050 e una parte molto rilevante non sarà in condizione di autosufficienza.

Tra questi due estremi c’è la famiglia italiana. Sempre più piccola sempre più anziana. Si forma sempre più tardi, fa pochi figli e li trattiene a casa anche quando diventano adulti. Ha poche donne che lavorano e grande difficoltà a conciliare iu tempi del lavoro e degli affetti.

Sono primati infelici che ci accompagnano da poco tempo, che frenano la crescita del Paese e non ci mettono al passo con il resto dell’Europa.

Sappiamo, inoltre, che i ragazzi che tentano di uscire di casa per affrontare una vita autonoma e una vita di coppia, spesso sono costretti a tornare dai genitori respinti dalla instabilità del lavoro, e dagli affitti esorbitanti.

Sappiamo che l’instabilità coniugale è in forte aumento. Ci si sposa sempre di meno, aumentano le convivenze prematrimoniali e non, mentre crescono separazioni e divorzi.

Ma, sia chiaro, noi non sosteniamo la fine della famiglia. Vorremmo piuttosto capire in che modo, salvaguardando lo spazio inviolabile delle scelte più intime e personali, la politica può sostenere e promuovere la famiglia.

Quanti giovani convivono perché hanno fatto una scelta di libertà e quanti invece aspettano e rinviano il matrimonio per ragioni economiche o di organizzazione del lavoro?

Quante famiglie si fermano al primo figlio perché va bene così e quante rinunciano al secondo o al terzo perchè non hanno abbastanza soldi e non gli si può chiedere di affrontare da sole nuovi sacrifici e nuove rinunce? E quante coppie si separano con una decisione libera e meditata e quante perché la durezza della vita, le sofferenze e le inquietudini personali li hanno colte indifese e impreparate?

So bene che si tratta di una materia molto delicata, che va maneggiata con cura e pudore, ma sentiamo il dovere di rispondere a queste domande.

Solo così potremo indicare i sostegni più opportuni, gli strumenti più efficaci e una politica per la famiglia all’altezza delle sfide del nostro tempo.

Siamo infatti convinti che, nonostante tutto, le famiglie italiane siano la dorsale viva di questo paese, lo straordinario capitale sociale di energie, fiducia, lealtà, stabilità, socialità che alimentano e rigenerano il legame sociale e la coesione del paese.

Voglio per questo, ringraziare anche a nome di tutti, le famiglie italiane.

Quelle famiglie di ieri e di oggi che in mille modi si sono fatte e si fanno carico di rendere più vivibile e solidale la nostra società: si dedicano all’educazione dei figli, danno conforto e curano anziani e malati, e fanno la ricchezza del Paese.

Ringrazio in particolare le famiglie che accolgono in affidamento e in adozione bambini e bambine in difficoltà o abbandonati.

Ma anche e soprattutto vorrei far sentire la vicinanza del Governo alle tante, troppe, famiglie fragili e a quelle povere.

Infine questa Conferenza saluta le famiglie italiane nel mondo, che hanno dovuto lasciare il nostro paese. La loro esperienza ci è preziosa per ricordare il dramma dell’emigrazione e per farci riconoscere una storia simile nelle persone e nelle famiglie immigrate che arrivano oggi nel nostro paese e che noi consideriamo una grande risorsa..

Tutte queste famiglie affrontano un mondo che in pochi decenni è cambiato più di quanto abbia fatto nel corso dei due secoli precedenti. Si misurano con la potenza della globalizzazione, le incertezze e la flessibilità del lavoro e della produzione, con l'invasività dei mezzi di comunicazione di massa, con gli sviluppi della medicina e della scienza che hanno influenza sull'etica, con le tecnologie sempre più avanzate che rischiano di lasciare indietro i più deboli e i più anziani.

E come accade spesso, la politica appare in ritardo.

Finora le politiche hanno sempre considerato separatamente i vari “comparti del vivere” e le “diverse fasi della vita”. La ricomposizione di un equilibrio (spesso incerto) è stato ed è tuttora demandato alla famiglia stessa e ai suoi componenti, con i genitori costretti a conciliare le esigenze produttive (il tempo del lavoro) con quelle riproduttive (il tempo della cura dei figli) e talvolta con quelle assistenziali (il tempo delle malattie, della vecchiaia,).

Eppure abbiamo una buona tutela della maternità, buone leggi sull’infanzia, sui diritti delle donne e dei lavoratori. Il sistema di garanzie sociali: la scuola, la sanità, la previdenza, assicurano prestazioni competitive con il resto dell’Europa.

Ma raramente la famiglia, in quanto tale, appare come soggetto di diritti ed è messa in circolo come risorsa. Anzi ha finito in tutti questi anni per giocare un ruolo di supplenza in molte responsabilità pubbliche. Con creatività e generosità ha colmato i vuoti e ricucito le smagliature che via via si sono aperti nel nostro sistema di welfare, sotto l’effetto combinato di nuovi modelli di organizzazione del lavoro e dei nuovi squilibri demografici.

È stato detto molte volte, è un’espressione che non mi piace, ma c’è poco da fare: la famiglia è stata ed è il più efficace ammortizzatore sociale, la più capillare rete di sicurezza sociale, di cui dispone l’Italia.

Questo è un compito che non può più essere affidato solo alla pazienza, alla fantasia e allo spirito di sacrificio di milioni di famiglie italiane.

3 – LA FAMIGLIA DI FRONTE ALLE SFIDE DI OGGI

Tanto più che oggi le famiglie sono al crocevia di tre grandi questioni culturali e sociali.

Penso in particolare alla responsabilità educativa del mondo adulto verso le nuove generazioni, alla solidarietà tra le generazioni, alla sfida della società multiculturale.

Credo che queste tre responsabilità qualificano, più di altre, i compiti della famiglia nel nostro tempo. E più di altre segnalano le nuove difficoltà ma anche grandi potenzialità delle nostre famiglie.

La responsabilità educativa

Non vi è dubbio che oggi ci sia una generale esigenza di riflettere e di ridefinire cosa significhi esercitare il ruolo educativo degli adulti. Non voglio parlare di una resa delle responsabilità genitoriali, né condivido l’enfasi e la drammatizzazione che accompagna i casi di devianza, di bullismo e violenza minorile. Non sfugge a nessuno l’emergenza educativa, la solitudine di tante famiglie, la fatica di genitori e insegnati.

Ma c’è da chiedersi se oggi siamo di fronte ad una nuova “questione giovanile” o non piuttosto ad una inedita “questione adulta”.

Il classico conflitto genitori-figli sembra scomparso e i genitori appaiono figure amiche, alla pari, spesso complici nella competizione negli stili di vita e nei consumi con i propri figli. Troppe incertezze e troppe ansie, assediano mamme e papà in questo compito, davvero delicato e inestimabile.

Ansia rispetto alle proprie aspettative, ansia di essere genitori perfetti, ansia sulle perfomances dei propri figli e soprattutto per i rischi che possono correre nel mondo esterno.

I tempi della crescita sono stravolti, si anticipano bisogni e richieste ed è sempre più faticoso dire di no, dettare le regole, imporre dei limiti.

Registro la fatica di tante famiglie nell’accompagnare con più autorevolezza e naturalezza, la crescita e la maturazione dei figli.

Chiediamoci allora, come sostenere la normalità della relazione tra genitori e figli. Credo che sia arrivato il momento di un nuovo patto educativo tra scuola e famiglia, ma è anche necessario che i genitori abbiano più tempo per stare con i figli e tutta la cultura compresa quella dei mezzi di comunicazione di massa sia disposta ad accompagnare questa sfida.

Solidarietà tra le generazioni

Di fronte ai cambiamenti che abbiamo delineato, il nostro modello di welfare, elaborato su una struttura demografica diversa, si è trovato impreparato. Pensiamo soltanto al fatto che ieri un nonno aveva cinque nipoti mentre oggi un nipote ha cinque nonni! E’ chiaro che questo Governo non intende fare delle politiche miopi che mettano i padri contro i figli. Nostro obbiettivo è quello e di creare le condizioni per tessere unità tra le generazioni, varare delle riforme coraggiose e ridistribuire risorse. Ed è necessario che tutto questo abbia come interlocutore la famiglia, luogo di incontro reale tra le generazioni.

Dobbiamo valorizzare ogni generazione, in modo particolare quella degli anziani, non soltanto perché sono utili in quanto restano nel mondo produttivo, ma perché assumono un ruolo significativo nella cura dei bambini piccoli, dei nipoti adolescenti, di compagnia per altri anziani, di appoggio per la coppia genitoriale. Queste sono funzioni preziose che dovrebbero essere in qualche modo riconosciute e valorizzate socialmente. Una società “smemorata”, in cui si scolora lo scambio tra generazioni, è una società più povera e più esposta al cinismo.

Altra nostra preoccupazione riguarda la generazione che sta in mezzo e si deve occupare sia dei giovani che degli anziani.

Le chiamano famiglie sandwhich e sono sempre più numerose. Famiglie che devono dividere le proprie risorse psichiche e materiali tra l’assistenza di un genitore spesso non più autonomo e l’aiuto a figli che invece stentano a rendersi autonomi.

Società interculturale

È una sfida per le famiglie di oggi. Ormai viviamo in una società interculturale.

L’Italia ha una grande opportunità, forse perché arrivando più tardi a questa grande sfida che riguarda il mondo intero, può evitare errori già compiuti altrove. Riteniamo che nel nostro Paese sia un segnale positivo il numero crescente di famiglie immigrate che si va naturalmente integrando e sta migliorando anche il trend demografico. Non vi è solo l’incidenza delle nascite di bambini stranieri sul totale dei nati, ma anche il fatto che le famiglie giovani di immigrati hanno spesso un livello di istruzione media o alta, che può rappresentare una risorsa.

Penso che proprio la famiglia sia il luogo dove è possibile l’integrazione di modelli culturali diversi. Il rapporto tra un cinese ed un italiano, tra un italiano e un maghrebino può anche costituire una sfida; ma il rapporto tra una famiglia cinese e una italiana, o tra una famiglia italiana ed una maghrebina mette in gioco possibilità più ricche di incontro e di scambio. Per questo motivo, come Governo, abbiamo puntato alla modifica della precedente legislazione, partendo dai ricongiungimenti familiari che riteniamo importanti per dare stabilità e qualità alla vita delle famiglie immigrate agevolando l’intera rete delle relazioni sociali, anche attraverso l’inserimento dei bambini nelle nostre scuole e tra i gruppi di coetanei nelle associazioni.

Nella famiglia e tra le famiglie passa, dunque, la possibilità di delineare un modello di convivenza multietnica e multiculturale nell’Italia degli anni Duemila.

Non possiamo nasconderci, però, che la multiculturalità ci pone anche problemi di sicurezza, molto avvertiti in tutte le fasce sociali della popolazione, soprattutto in quelle più deboli Ma è proprio l’integrazione la principale politica per la sicurezza.

Responsabilità educative, solidarietà tra generazioni e multiculturalità, abbiamo detto. Queste sono le tre grandi sfide che incrociano la famiglia del futuro. sfide che o rappresentano un’occasione favorevole per far emergere le potenzialità e le risorse che la famiglia custodisce in sé o forse l’intero paese non riuscirà a cogliere.

Per questo abbiamo scelto come slogan della nostra Conferenza nazionale “Cresce la famiglia, Cresce l’Italia”.

La famiglia cresce e cresce l’Italia se tornano a nascere tutti i bambini che sono desiderati.

La famiglia cresce e cresce l’Italia se si ricostruisce il patto di solidarietà tra le generazioni.

La famiglia cresce e cresce l’Italia se si accorciamo le distanze tra Nord e Sud del Paese. Se le ragazze e i ragazzi del nostro Mezzogiorno potranno contare su un lavoro stabile, adeguato alla loro formazione, se non saranno costretti a trasferirsi all’estero.

La famiglia cresce e cresce l’Italia se si rafforzata la rete dei servizi pubblici- asili nido, scuole, infrastrutture sociali. Se il tempo degli affetti, della cura reciproca, della festa e del riposo si combina in modo più equilibrato e libero con i tempi del mercato e con l’ organizzazione del lavoro, con i ritmi, gli spazi, la vivibilità dei nostri quartieri e delle nostre città con la qualità dell’ambiente.

La famiglia cresce e cresce l’Italia se la legalità e la sicurezza si affermano come il risultato di un’azione di prevenzione diffusa della cultura della violenza, in particolare di quella sui bambini e le donne, di contrasto e repressione della tante forme di criminalità, più o meno organizzata.

Tutto questo significa anche lavorare per una buona crescita dell’Italia: buona perché non si accontenta di misurare le percentuali del Pil ma è anche capace di promuovere uno sviluppo attento della persona umana, più giusto nella distribuzione delle risorse, aperto al futuro e all’innovazione.

Tutto questo richiede risorse e un forte impegno da parte delle nostre istituzioni.

Ma anche qui serve un radicale cambiamento di mentalità e cultura, insieme a una nuova attenzione pubblica.

4 - L’AZIONE DI GOVERNO

Penso di poter dire che abbiamo fiducia. C’è nel Paese una più diffusa e matura consapevolezza della posta in gioco.

Credo si debba riconoscere a questo Governo una nuova determinazione.

E’ vero però che i nostri tassi di spesa sociale e di trasferimento del PIL alle famiglie sono largamente al di sotto della media europea.

Il confronto di questo pomeriggio permetterà di sviluppare meglio questo aspetto, mi limito qui a chiedere a tutti di guardare a modelli di altri paesi senza dividerci su di essi.

Ciascun paese ha sviluppato una propria politica familiare.

Ma per entrare in Europa non serve copiare esperienze sviluppate altrove

Vogliamo colmare le distanze ma abbiamo anche l’ambizione di farlo individuando un nostro originale modello di politiche per la famiglia

Un paese come l’Italia, attraversato da profondi squilibri geografici e sociali, deve imparare a usare molte leve e fare appello ad un mix di interventi – trasferimenti monetari, servizi per la famiglia, fisco, strumenti di conciliazione tra vita e lavoro - capaci di intercettare la pluralità di bisogni ed esigenze, individuando alcune priorità

Con queste priorità e questa consapevolezza vorremmo mettere in atto politiche in grado di perseguire l’obiettivo di “diventare” “essere” “restare” famiglia.

5 - DIVENTARE FAMIGLIA

Diventare famiglia significa investire in primo luogo sui giovani e sulle donne.

Dovremmo ricordare che siamo la prima generazione, dal secondo dopoguerra, che non è riuscita a trasmettere ai propri figli la sensazione - non dico la certezza - di avere un futuro migliore dei padri.

Lavoro per i giovani

La precarietà del lavoro e l’immobilismo sociale del paese, sono i due grandi problemi che condizionano il futuro delle nuove generazioni.

Dobbiamo intervenire, con una politica economica e sociale che favorisca la buona occupazione.

La proliferazione di rapporti contrattuali brevi e saltuari e il lavoro intermittenti, non consentono di raggiungere redditi adeguati mentre i prezzi di affitto o di acquisto di un’abitazione sono proibitivi. Anche questo determina quella condizione di insicurezza che spinge a rinviare la scelta di mettere su famiglia.

La Finanziaria 2007 contiene prime importanti misure per la stabilizzazione del lavoro precario e altre che incentivano – soprattutto al Sud – il lavoro delle donne.

Ma non basta, sono convinta che una parte delle risorse dell’extragettito debbano andare a sostenere l’occupazione giovanile e a realizzare la riforma degli ammortizzatori sociali a cui sta lavorando il Ministro Damiano.

La casa

Ma oggi esiste anche una “questione casa” che dobbiamo affrontare con politiche nuove e con significative risorse.

Il governo ha attivato con le parti sociali un tavolo istituzionale dal quale nei giorni scorsi sono emerse priorità e obiettivi per uscire dall’emergenza. Oggi la povertà è determinata anche dall’abitare in una casa in affitto.

E’ indispensabile rivedere la legge che regolamenta gli affitti facendo emergere il giusto contrasto d’interesse tra locatore e locatario proprio per sconfiggere quell’enorme sommerso che c’è. Bisogna rendere deducibili dal reddito i canoni di affitto prestando particolare attenzione agli effetti sugli inquilini incapienti che rischierebbero di non usufruire dei benefici fiscali.

La riduzione dell’Ici è obiettivo reale di questo governo, ma avendo ben presente che bisogna trovare un’intesa con i Comuni e sapendo che la riduzione deve rispondere a precisi criteri di equità: riforma del catasto come strumento di lotta all’evasione, reddito, numero dei componenti del nucleo familiare.

In vista del Dpef i nostri obiettivi devono essere quelli di far ripartire l’edilizia residenziale sociale, recuperare il patrimonio abitativo pubblico inutilizzato, aumentare nel breve periodo la dotazione di alloggi sociali nelle aree metropolitane e nel mezzogiorno, facilitando le categorie sociali più deboli, famiglie monoreddito, giovani coppie, anziani e immigrati a trovare un’abitazione a costi sostenibili

6 - ESSERE FAMIGLIA

Essere famiglia significa assicurare una vita libera e dignitosa alle famiglie con figli.

La famiglia ha bisogno di sicurezze e di sostegni non episodici né effimeri; deve poter contare su una rete integrata di servizi e di aiuti economici diretti e certi.

Assegni al nucleo familiare

Con la Finanziaria 2007 abbiamo operato un primo significativo intervento a favore delle famiglie con figli attraverso la riforma degli assegni per il nucleo familiare e il passaggio dalle deduzioni alle detrazioni. Sono state gettate le basi per sviluppare presto una più organica riforma del sostegno ai redditi familiari.

Pensiamo sia ormai maturo l’obiettivo di arrivare a un unico istituto di sostegno del reddito per le famiglie con figli, che riunifichi detrazioni e assegni al nucleo familiare: il nuovo istituto deve riguardare la presenza di figli, indipendentemente dallo status lavorativo dei genitori. E’ essenziale che esso sia fruito per intero anche dagli “incapienti”. Va, altresì esteso, in prospettiva, anche ai lavoratori autonomi che oggi usufruiscono delle detrazioni ma non degli assegni al nucleo familiare.

La strategia che il Governo intende realizzare è dunque quella di un sostegno attivo delle responsabilità familiari. Naturalmente questa linea passa per la combinazione di un adeguato sostegno monetario, accompagnato da una politica di equità nell’accesso ai servizi, anche attraverso una revisione sostanziale dell’ISEE, per assicurare condizioni di pari opportunità a tutti i bambini e i ragazzi indipendentemente dalla situazione economica della famiglia.

Sappiamo che la proposta del Governo diverge dal cosiddetto “quoziente familiare”.

La differenza essenziale rispetto alla linea su cui si orienta il Governo sta in questo: il quoziente familiare implica che la presenza di un figlio abbia per una famiglia di reddito alto un valore, in termini di risparmio d’imposta, superiore a quello che ha per una famiglia di reddito basso o di reddito medio; lo strumento individuato dal Governo risponde invece all’obiettivo di avvicinare condizioni di pari opportunità per i figli e quindi punta a sostenere le famiglie in funzione delle necessità di assicurare ai loro figli una vita dignitosa e un’educazione adeguata. Perciò la scelta del Governo è di concentrare prima di tutto le risorse al sostegno delle famiglie con redditi bassi e medi, che sono la grande maggioranza delle famiglie italiane, estendendo nei limiti del possibile il sostegno anche alle famiglie di reddito medio-alto.

Un problema che trova risposte davvero efficaci solo se affrontato con la presa in carico della famiglia, è quello della povertà.

Ci presentiamo con una proposta in modo trasparente, la offriamo alla discussione della Conferenza (un gruppo è dedicato appositamente alle politiche fiscali) ben sapendo che molte associazioni sostengono la validità del quoziente familiare e che in Parlamento esponenti dell’opposizione e della maggioranza hanno presentato disegni di legge per introdurlo. Nel ricordare che il quoziente familiare non è previsto nel programma di governo, ribadiamo la nostra disponibilità al confronto sugli strumenti, alla valutazione del loro costo e dei loro effetti nella vita delle famiglie italiane.

Povertà e famiglia

La povertà è un problema che trova risposte davvero efficaci solo se affrontato con la presa in carico della famiglia.

Nelle società avanzate è un fenomeno che tende a sfuggire alla percezione collettiva, tuttavia coinvolge ampie fasce di popolazione che, per diverse cause, non possono sviluppare appieno il loro potenziale umano e condurre una vita dignitosa.

Le famiglie in condizione di povertà, secondo le più recenti stime Istat, in Italia superano i due milioni e mezzo, con un’incidenza dell’11%, superiore a quella riscontrata nei principali paesi europei. In una società in cui i modelli di vita e le modifiche profonde della struttura produttiva assottigliano le reti di protezione tradizionali, una larghissima fascia di famiglie risulta esposta al rischio di povertà.

Sono coinvolte le famiglie in condizioni di esclusione sociale profonda, ma anche le famiglie monoreddito che affrontano un serio disagio economico perché non dispongono di risorse adeguate alle responsabilità a cui devono fare fronte. Penso alle famiglie numerose (la presenza del terzo figlio più che raddoppia il rischio di povertà) e le famiglie che si trovano a gestire diverse forme di fragilità, come la non autosufficienza di un anziano.

Il costo sociale della povertà è tanto più elevato quanto più sono coinvolti i bambini. La povertà delle famiglie di origine limita fortemente le chances di istruzione e di affermazione dei giovani.

Una strategia di contrasto complessiva della povertà non potrà ignorare gli squilibri nei diversi gradi di sviluppo economico del paese: al Sud l’incidenza del fenomeno è cinque volte più elevata che al Nord.

Non basta rafforzare il nostro sistema di trasferimenti monetari, occorre anche ripensare e rilanciare un sostegno specifico, come il Reddito Minimo di Inserimento, risolvendo le criticità emerse nella lunga fase di sperimentazione.

Infine, va posta attenzione alla questione delle tariffe di servizi universali introducendo fasce sociali, come stiamo sostenendo nell’ambito della revisione delle tariffe elettriche e come previsto dalla finanziaria a sostegno di sperimentazioni in favore delle famiglie numerose.

Il lavoro delle donne e la conciliazione

Quando parliamo di famiglia e reddito, la questione più seria riguarda la difficoltà per le donne, non solo a trovare un impiego ma soprattutto a conservarlo. L'Italia è uno dei pochi paesi europei in cui le donne continuano a lasciare il lavoro dopo il matrimonio e quando hanno dei figli. I tassi di occupazione femminile, non solo tra le giovani, sono ancora troppo bassi. Eppure è dimostrato che se la madre lavora, il rischio di povertà tra i minori si riduce a un terzo.

Non possiamo ignorare che in alcune zone dell'Italia sono quasi quotidiane le testimonianze di una discriminazione di genere che colpisce, in primo luogo, proprio la maternità. E’ necessario un intervento straordinario sull’occupazione femminile, in particolare nel Mezzogiorno: va potenziato il part time e le forme innovative di lavoro che posso favorire l’autonomia delle donne. Alcune misure contenute nella Finanziaria 2007 (dagli sgravi fiscali per chi assume donne nel Sud agli interventi per la stabilizzazione del lavoro precario) vanno in questa direzione.

Nella famiglia sono le donne, con la loro straordinaria capacità di tenere insieme tante cose diverse, le più pronte e capaci a rispondere ai cambiamenti ma anche quelle che pagano il prezzo più alto. Alle donne si chiede di essere madri, mogli e lavoratrici; di governare i bilanci familiari, crescere, educare i bambini, accudire i genitori anziani, aiutare i nipoti e i figli più grandi.

E una donna con figli, prima o poi, si troverà di fronte a un conflitto tra lavoro e famiglia. Forse è impossibile eliminare radicalmente questo conflitto, ma certo occorre dispiegare una strategia di lungo respiro per ridurne la portata. La cultura del lavoro deve fare un salto di qualità e cominciare a considerare il lavoro femminile nella sua specificità, eliminando non solo le barriere iniziali, ma anche tutte quelle penalizzazioni, altrettanto gravi e umilianti, nei percorsi di carriera e di affermazione professionale. Le donne non devono più essere costretta a scegliere tra lavoro e figli, ma neanche tra carriera e figli.

Un uso più flessibile dei tempi aiuterà tutti: le donne e i datori di lavori se è vero, come è vero, che nei paesi del Nord Europa si rileva contestualmente un’alta occupazione femminile, un alto tasso di natalità e un gran numero di donne che arrivano a posti di responsabilità.

Nella famiglia occorre la condivisione dei ruoli e delle responsabilità familiari tra donne e uomini.

La legge 53 sui congedi parentali, una buona legge, è stata l'ultima grande legge fordista, pensata per il lavoro stabile, regolare, senza timori che venga portato via. Occorre eliminare alcune rigidità per lasciare che il lavoratore e la lavoratrice “spendano” i congedi parentali in maniera più flessibile nell’arco del tempo, secondo le loro reali esigenze.

Dobbiamo procedere con Regioni ed Enti locali per rendere questo strumento più aderente alle esigenze della famiglia, soprattutto nel Mezzogiorno. Un punto mi pare irrinunciabile: incentivare le esperienze di conciliazione nelle imprese private di piccola e media dimensione, facendo in modo che maternità e paternità non siano percepiti come un handicap, ma piuttosto come un’opportunità per migliorare il rapporto con i propri dipendenti.

Se vogliamo favorire realmente la condivisione e il coinvolgimento nelle responsabilità familiari bisogna incoraggiare i padri. Il nostro motto sarà più madri al lavoro, più padri in famiglia”.

Dobbiamo ridurre al minimo i possibili alibi, dietro i quali si cela la rigidità dei ruoli e la mancata condivisione delle responsabilità familiari tra uomini e donne.

Qualcosa sta cambiando nelle giovani famiglie, ma molto occorre ancora fare.

La rete dei servizi: LIVEAS, LEF, asili nido

E soprattutto con la rete dei servizi che dovrà decollare un nuovo welfare a misura di famiglia. Le famiglie hanno bisogno di una buona scuola, di un servizio sanitario di qualità e accessibile, di asili nido, servizi all’infanzia, consultori.

In una parola c’è bisogno di applicare Legge 328, che in questi ultimi anni è stata dimenticata.

Bisogna ripartire dalla definizione dei Livelli essenziali delle prestazioni sociali, LIVEAS, per garantire prestazioni omogenee in tutto il paese. Ed inoltre, anche come una modalità applicativa e non necessariamente come un livello ulteriore e aggiuntivo di prestazioni, vanno individuati i LEF, i livelli essenziali per la famiglia.

Bisogna interrogarsi sull’equità nell’accesso e sul costo dei servizi, modificando l’ISEE e tenendo conto, nella tariffazione dei servizi pubblici, della composizione del nucleo familiare.

I servizi alla famiglia vanno comunque concepiti come un’offerta plurale, quanto più possibile personalizzata e a misura di famiglia.

Una rete territoriale qualificata, frutto di incontro tra pubblico e privato e tra pubblico e privato sociale, in grado di rispondere a varie tipologie di famiglia e ai bisogni che cambiano nelle diverse stagioni della vita.

Un’offerta entro cui la famiglia possa esercitare una libera scelta.

Investire sui servizi all’infanzia e sugli asili nido è oggi una nostra priorità.

Per gli asili, l'utenza potenziale è di un milione e 645 mila bambini; la capacità attuale è di 160 mila posti, cioè quasi il 10 per cento, realizzati in 35 anni. Nei prossimi tre anni intendiamo aumentare i posti in asilo per raggiungere una media nazionale di oltre il 15 per cento. Con i trecento milioni di euro previsti nella Finanziaria vogliamo attivare una serie di accordi con gli enti locali per realizzare 90 mila nuovi posti entro il 2009. Non è ancora l’obiettivo fissato dall’Agenda di Lisbona, ma nel nostro Paese, soprattutto nel centro-nord, alcune regioni sono vicine a questa dotazione, mentre la situazione è molto più difficile al Sud.

Si tratta anche qui di unire il Paese. Ma si tratta anche di capire che gli asili nido sono un servizio che va reso più flessibile.

Gli asili nido sono prima di tutto un servizio per i bambini. Rappresentano un grande strumento di socializzazione che può aiutare a superare eventuali difficoltà dell’ambiente familiare, ed è dimostrato che chi frequenta un asilo sarà facilitato nel percorso scolastico.

Per molte famiglie la vera risorsa mancante è proprio il tempo. Tra lavoro esterno e in casa, il tempo per la cura di se stessi o per lo svago rimane un miraggio. E questo crea spesso frustrazioni e malessere. Oltre che per aumentare la recettività degli asili, il Governo punta ad una maggiore flessibilità in grado di andare incontro alle reali esigenze delle famiglie. Più in generale penso che la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro metta in gioco l’organizzazione complessiva della vita delle città: dalle scuole ai trasporti, dagli spazi per i bambini e per il tempo libero, agli orari dei negozi. C’è ancora molto da lavorare per semplificare il rapporto tra famiglia e i servizi forniti dalle pubbliche amministrazioni. Mi sembra però che i segnali importanti non manchino. Anzi: ci sono progetti decisamente innovativi già avviati in alcune città e province che vanno ulteriormente elaborati, sperimentati e diffusi sul territorio. Ma siamo ancora lontani da un vero salto di qualità.

Infine, le nostre città e i nostri paesi debbono diventare sempre più a misura di bambino, in modo che i piccoli possano spostarsi da soli in bici, a piedi o nei mezzi pubblici. Per regalare tempo alle coppie con bambini, possono essere molto più utili una pista ciclabile sicura e protetta, o il servizio comunale di pedi-bus quotidiano fra casa e scuola, piuttosto di servizi costosi, spesso fruibili solo da pochi fortunati. Mi piace, a tale proposito, parlare di welfare comunitario. Vorrei che – come avveniva un tempo nei paesi e anche nei rioni delle grandi città – i bambini siano un po’ i figli di tutti, in modo che i genitori siano meno oppressi e meno soli nel sostenere la responsabilità dei loro figli.

Anziani non autosufficienti

Essere famiglia significa ormai condividere un lungo tratto della vita con i propri genitori anziani, spesso malati e non autosufficienti.

In Italia sono oltre due milioni di persone.

Una condizione assai difficile, densa di dolore e fatica, in cui le famiglie spesso avvertono una profonda solitudine. L’attuale sistema di assistenza domiciliare non è in grado di far fronte a questa emergenza. Nei paesi del nord Europa l’assistenza domiciliare raggiunge e supera il 20 per cento, mentre si attesta intorno al 10 in Germania e al 7 in Francia. I tagli operati dal precedente governo nei trasferimenti ai comuni e alla sanità, la mancata applicazione della legge 328 per l’integrazione socio-sanitaria hanno reso questa situazione ormai insostenibile.

L’offerta di servizi pubblici adeguati, dalle residenze sanitarie assistite alle case di riposo, all’assistenza domiciliare, è ancora molto frammentata e diseguale. E persino le regioni che hanno realizzato di più non riescono a coprire un bisogno sociale che investe 20 famiglie su 100, per lo più costrette a organizzarsi in proprio, con costi economici e psicologici notevoli.

Altre migliaia di famiglie gestiscono problemi di salute grave, malattie croniche, disabilità mentale. E’ un vissuto familiare di acuta sofferenza ma anche di grande coraggio e solidarietà.

So bene che il passo compiuto con la Finanziaria 2007, che ha previsto il primo concreto finanziamento del Fondo nazionale per le non autosufficienze appare a molti inadeguato. Ma intanto il Fondo ora c’è.

Dopo tanta attesa è finalmente partito e servirà a finanziare e co-finanziare, con Regioni ed Enti Locali, una rete integrata di servizi domiciliari di carattere sociale e assistenziale indispensabili per alleggerire il carico della famiglie.

Un Fondo aggiuntivo che andrà ad affiancarsi al Fondo sociale e al Fondo sanitario nazionale.

7 - RESTARE FAMIGLIA

Anche la famiglia più serena può entrare in crisi. Per motivi esterni o dinamiche interne.

Nelle difficoltà, le famiglie possono essere uguali, o almeno simili, non sarà mai uguale il modo di affrontare la crisi e il dolore che ne viene fuori.

Crisi e separazioni

Nella famiglia si riflettono tensioni e problemi sociali che a volte è difficile gestire. Se le coppie non sono attrezzate ad affrontare in modo positivo le inevitabili difficoltà della convivenza e i cambiamenti che intervengono nel corso della vita, se sono lasciate sole di fronte a scelte complesse, le crisi coniugali molte volte, forse, sono inevitabili.

Sono convinta che la politica debba, in queste situazioni, agire con molta prudenza, in punta di piedi. Con la discrezione necessaria quando si affrontano temi delicati che coinvolgono la sfera privata.

Ma il diritto, e la politica più in generale, devono anche trovare almeno le soluzioni più idonee a non aggiungere al dramma personale di una separazione o di un divorzio, anche quello della gestione concreta della vita quotidiana, soprattutto quando sono coinvolti bambini e ragazzi.

L’attenzione ai minori e alla famiglia passa anche attraverso un sistema che sia, al tempo stesso, capace di tutelare e di promuovere i diritti della famiglia e dei suoi componenti, con particolare attenzione ai bambini e agli adolescenti. Il nostro Paese dispone già di uno strumento importante, il Tribunale per i Minorenni. Ma forse è maturo il tempo per fare un passo in più. Il governo sta lavorando in particolare all’istituzione di un giudice unico specializzato per tutto il nucleo familiare, un Tribunale per la famiglia che sia in grado di affrontare sia le crisi della famiglia che di gestire – anche all’interno di una vita familiare regolare – i passaggi che richiedono un intervento giudiziario.

Violenza e riparazione

Credo anche che tra gli interventi più urgenti ci sia quello di togliere la famiglia dall’isolamento, cercando di inserirla in un tessuto di relazioni che attutiscano la sofferenza, intuiscano l’emergenza e aiutino a trovare di volta in volta le soluzioni possibili.

Purtroppo in famiglia si verifica il maggior numero di soprusi psicologici, di percosse e di molestie, di abusi sessuali su donne, vecchi e bambini.

Non voglio essere fraintesa. Ho già detto che la famiglia è, nella maggior parte dei casi, un organismo sano e vitale, composto di donne e uomini che si amano e decidono di condividere un progetto di vita.

Ma vanno anche aperti gli occhi sul degrado materiale e morale che spesso si annida all'interno di nuclei familiari insospettabili.

E’ indispensabile un rinnovato impegno a rendere culturalmente insopportabile ciò che è ancora, in parte, giustificato o minimizzato.

Proviamo a circondare la famiglia di attenzione sociale, attraverso una rete, se necessario rinnovata, di servizi qualificati, di centri di ascolto, di supporti solidali. Proviamo a non lasciarla sola nei momenti di rottura e di difficoltà, ma anche in quei passaggi fisiologici, come la nascita di un figlio, che può rompere gli equilibri e innescare la crisi anche nella famiglia più serena. In questa sala sono presenti molti operatori sociali che conoscono queste realtà e hanno esperienza di molte situazioni drammatiche.

Il consultorio può diventare un punto di riferimento, una struttura vicina, amica, con diverse figure professionali, dagli psicologi agli educatori, al mediatore famigliare all’assistente sociale. C’è bisogno di un’équipe in grado di aiutare i genitori nel percorso di crescita e formazione dei figli, per affrontare assieme a loro i conflitti generazionali e le crisi di coppia, per promuovere la capacità di essere coniugi e di essere genitori.

Dovremo imparare a vigilare con una nuova attenzione, senza intrusioni e senza violare l’intimità delle relazioni.

Aiutando la famiglia a riparare i suoi errori e incoraggiandola a trovare gli strumenti per diventare, là dove è possibile, la risorsa di se stessa.

CONCLUSIONI

Queste sono riflessioni, alcune in forma di domanda, che consegno a tutti voi, ai lavori delle dieci sessioni e dei gruppi di lavoro. Ringrazio tutti, gli studiosi e i ricercatori che metteranno a disposizione i loro saperi.

Ringrazio gli amministratori locali, le regioni che ci permettono di non partire da zero. Vorrei che facessimo tesoro della rete delle buone pratiche che in questi anni Comuni, Province e Regioni hanno messo in atto e che proprio in questi giorni hanno trovato una sintesi in un documento che è stato consegnato al Governo. Inizia da qui la politica dei servizi, a partire da queste buone pratiche dobbiamo disegnare il Piano nazionale.

Ringrazio il Parlamento e in modo particolare la Commissione Affari sociali della Camera ed il suo Presidente Lucà per l’indagine conoscitiva sulla condizione sociale delle famiglie.

Ringrazio tutte le forze politiche per la presentazione delle numerose proposte di legge sulla famiglia.

E ugualmente ringrazio tutto il mondo dell’associazionismo e del volontariato familiare. Che abbiamo coinvolto fin dall’inizio dei lavori preparatori di questa conferenza.

Sappiamo che chiede di essere riconosciuto come soggetto sociale, protagonista del cambiamento.

Ringrazio tutti gli operatori che saranno fortemente interpellati, nella loro professionalità e disponibilità, dalle domande di questa Conferenza.

Ringrazio le parti sociali, i sindacati, le imprese che saranno sollecitati, vorrei dire provocati, a un grande cambiamento di prospettiva. Anche per Voi è tempo di ragionare in termini di famiglia: nell’organizzazione del lavoro ma anche nella qualità dei consumi.

Mi auguro che la Conferenza diventi un luogo di condivisione e di scambio, capace di gettare le basi di una prospettiva comune che, nell’ambito delle rispettive competenze istituzionali stabilite dal titolo V della Costituzione in materia di Welfare, sappia realizzare la piena cittadinanza sociale della famiglia.

È evidente che il Governo non può fare da solo le innovazioni e i cambiamenti di cui abbiamo bisogno.

L’universo famiglia, interpella ambiti culturali, sociali, economici e istituzionali molto ampi, tant’è che la funzione di governo preminente che mi è stata affidata è quella, come ho già detto, di indirizzare e coordinare le politiche per la famiglia. E fatemi ringraziare tutti i ministeri che fin dall’inizio hanno cooperato, nel comitato interministeriale, alla progettazione e realizzazione di questa Conferenza.

Per superare la frammentazione degli interventi, per restituire coerenza alle politiche pubbliche da questa Conferenza vorremmo uscire con una vera e propria Alleanza per la famiglia (come in Europa è stato proposto, in questo semestre, dalla Presidenza tedesca).

Un’Alleanza non per attenuare le responsabilità di ciascuno ma per indirizzarle verso una rinnovata unità del paese al servizio della famiglia.

Continuo a credere che nel nostro paese il bisogno di famiglia sia forte ed esprima un desiderio profondo di felicità, condivisione, stabilità, realizzazione di se, nel rapporto con la generazione che ci ha preceduto – e che ci lascerà – e con la generazione a cui abbiamo dato la vita, affidandogli le nostre speranze di futuro.

Questa piccola comunità non va lasciata sola, a prescindere dalla sua situazione, dalle sue scelte, dalla sua condizione. Non chiederemo mai ad un bambino che ci chiede un posto all’asilo il certificato di matrimonio dei suoi genitori, come non chiederemo mai ad una donna il certificato di matrimonio per finanziare un progetto di conciliazione tra vita e lavoro, se è madre.

Questa piccola comunità va affiancata e sorretta, perché se sapremo dare più sicurezza e più serenità alla famiglia, potremo guardare con nuovo slancio al futuro dell’intera società.

Se il paese tornerà a crescere, se riuscirà a scommettere su se stesso, se troverà la strada di uno sviluppo più equilibrato e più equo, sarà perché cresce la consapevolezza della centralità della famiglia nella vita collettiva e il senso di responsabilità della politica nei suoi confronti.

Se riusciremo a consolidare tutto questo, credo che avremo fatto un buon lavoro e un buon servizio alla famiglia e all’Italia.



Dichiarazione del Ministro Bindi sulla nota Cei


28 Marzo 2007

“Considero la “Nota del Consiglio Episcopale Permanente a riguardo della famiglia fondata sul matrimonio e di iniziative legislative in materia di unioni di fatto”, espressione coerente della “sollecitudine pastorale” che tutta la comunità cristiana si sente impegnata a dimostrare verso le persone e le famiglie, sollecitudine che gli stessi Vescovi pongono in cima alle loro attenzioni e preoccupazioni, offrendo in tal modo il loro apporto alla costruzione di un clima di dialogo, di confronto e di onesta ricerca del bene comune nel nostro Paese.

Il contributo dei Vescovi si richiama fedelmente al patrimonio dei valori cristiani che vedono nella famiglia fondata sul matrimonio un riferimento per il bene delle persone e della convivenza sociale. Essi riconoscono nello stesso tempo che anche per la società, la famiglia è una risorsa insostituibile, tutelata dalla stessa nostra Costituzione repubblicana.

Con questa medesima sollecitudine, i Vescovi richiamano anche quei principi etici che, per un cattolico impegnato in politica, si presentano come punti di riferimento per guidare la sua azione. Nello stesso tempo tali principi etici sono offerti alla coscienza del cattolico come impegno non derogabile al fine di orientarlo, nella formulazione delle leggi, verso un servizio sempre più disinteressato alla crescita della dignità della persona e della famiglia fondata sul matrimonio.

Con una coscienza limpida, il cattolico è così chiamato a muoversi con discernimento di fronte alle sue responsabilità pubbliche.

I Vescovi sottolineano chiaramente come i disegni di legge che intendono legalizzare le unioni di fatto, risultino inaccettabili sul piano di principio e pericolosi sul piano sociale ed educativo. Da questo punto di vista, va detto altrettanto chiaramente che il disegno di legge del Governo sui Dico, a differenza di altri disegni di legge, non legalizza le unioni di fatto, né eterosessuali né omosessuali, ma collega diritti e doveri a situazioni di convivenza stabile tra persone, quale che sia il titolo della loro convivenza, sia esso sentimentale, sessuale o meramente affettivo-solidaristico. La differenza è sostanziale e come tale andrebbe apprezzata.

La nota inoltre osserva che “ci sono situazioni concrete nelle quali possono essere utili garanzie e tutele giuridiche per la persona che convive”, ma reputa che tale obiettivo “sia perseguibile nell’ambito dei diritti individuali, senza ipotizzare una nuova figura giuridica che sarebbe alternativa al matrimonio e alla famiglia”.

Il ddl del Governo si ispira alla medesima impostazione (nella relazione illustrativa addirittura ci si esprime quasi con le stesse parole), in quanto non crea alcuna nuova figura giuridica alternativa, ma collega diritti e doveri a una situazione (convivenza basata su vincoli affettivi) che già da decenni l'ordinamento giuridico italiano conosce a fini di anagrafe e che costituisce da tempo il presupposto di orientamenti del giudice costituzionale e dei giudici comuni, oltre che di interventi puntuali dello stesso legislatore. Il ddl sui Dico, a differenza di altri disegni di legge presentati alle Camere, non dà alcun rilievo a patti o accordi tra le persone conviventi, ma esclusivamente al fatto della convivenza stabile, proprio al fine di non istituire, neanche alla lontana, paralleli con la disciplina matrimoniale. Così facendo, il ddl governativo introduce un modello nuovo e originale nel panorama giuridico europeo.

In questa prospettiva mi pare decisivo il ruolo dei cattolici impegnati nella fatica di una legislazione che, ispirata alla Costituzione e dunque rispettosa del pluralismo etico-sociale, non perda di vista tale obiettivo e nello stesso tempo risponda ad una reale ricerca del bene comune.

Proprio per questo il Governo è impegnato a promuovere nuove politiche per la famiglia e sta lavorando alla Conferenza nazionale della famiglia che offrirà le indicazioni per il primo Piano nazionale per la famiglia.

Roma, 28 marzo 2007



Intervista “Non possiamo vivere ripiegati su noi stessi"- LA STAMPA


25 Marzo 2007
 

Roma - La frequenza, l'intensità e la forza degli interventi di Benedetto XVI sembrano fatti apposta per spiazzare cattolici democratici come mai il ministro per la Famiglia non si scompone: «Certamente la preoccupazione di Benedetto XVI sui tassi di natalità e sull'invecchiamento della società è assolutamente condivisibile ed è una delle preoccupazione forti dell'Unione europea e anche del governo italiano, visto che assieme al Giappone siamo il Paese col tasso di natalità più basso. Ma ci sono vari modi di rispondere al problema...».

Difficile ricominciare a far figli per editto o per decreto... «Le politiche di sostegno alla natalità e alla famiglia non sono la stessa cosa: in Francia è quasi raddoppiata la natalità ma si sono dimezzate le famiglie nel senso che la metà dei nuovi nati vive con un solo genitore. Quindi servono politiche a sostegno della genitorialità per favorire la nascita di più figli, che però possano vivere in una famiglia».

Ministro, l'allarme demografico del Papa non è permeato da un profondo pessimismo? «Ci sono tanti modi con i quali nei secoli si è risposto al problema demografico. Ora per l'Europa si apre una doppia sfida: non separarsi da sé stessa e dalla proprie origini, ma anche accettare che la propria crescita si contamini nella sfida della società multietnica e multireligiosa. Se l'Europa riuscirà ad integrare i propri valori con le novità che premono, sarà anche in grado di competere con il resto del mondo: è questa la sfida del meticciato».

La sfida più grossa arriva da Paesi come la Cina, l'India, il Brasile che sono delle potenze demografiche... «Verissimo. Ma quella sfida si vince non diminuendo il rispetto della coesione sociale che c'è in Europa, ma allargandola al resto del mondo,senza chiudersi in una etnia continentale di famiglie europee, autoctone. E facendo diventare europee tante altre famiglie: questa è la sfida dell'integrazione. In fondo i processi migratori sono stati all'origine di grandi mutamenti storici, nei quali ognuno ha costruito una identità nuova: l'Europa di oggi è il risultato delle integrazioni che ha saputo compiere nella sua lunga storia».

Ma non le pare che il pontefice tedesco, tralasciando la vocazione universalistica iniziata col Concilio, esprima una concezione molto eurocentrica? «Intendiamoci:qui in Europa è nato il concetto del primato della persona umana, si è dato un grande contributo al tema dei diritti umani, la democrazia non è stata soltanto un dato formale grazie al Welfare, qui è nato il concetto più raffinato di mercato e di libertà religiosa. Per tutto questo il Papa ha ragione: l'Europa non può separarsi da se stessa. Però la forza di questi valori sta nel sapersi confrontare con altre culture e religioni».

E invece sembra affiorare l'idea di una identificazione tra cristianesimo e civiltà: questo non è pericoloso? «Non c'è dubbio che il cristianesimo abbia ispirato la cultura europea ma non si può pensare che il cristianesimo si chiuda nella cultura europea ed occidentale. Il cristianesimo ha una sua portata universalistica e non teme l'integrazione con nessun altra cultura».

Molto controverso è il passaggio che riguarda il «compromesso» che «si trasforma in male comune ogni volta che comporti accordi lesivi della natura dell'uomo». Non è la negazione del dialogo tra cattolici non clericali e laici non laicisti? Indirettamente non si nega alla radice un progetto come quello del partito democratico? «Qui riecheggia la "Centesimus annus", per cui il bene comune non è la sommatoria di beni particolari e comporta una gerarchia dei valori nel rispetto della persona umana. Il dialogo è assolutamente indispensabile e questo ce lo insegna la storia della Chiesa: non c'è un tempo ideale, una razza ideale, una cultura ideale. Il cristiano deve vivere nel mondo e naturalmente - il Papa ha ragione - non può mai svendere i valori».

La storia italiana dimostra che i cattolici hanno sempre perso quando si sono arroccati... «Indubbiamente. Anche l'Europa se pensasse di chiudersi nella ricchezza e nella cultura raggiunta, sarebbe una fortezza facilmente espugnabile».

Non le pare che la marcia del 12 maggio possa assumere toni da crociata? «Mi auguro che non sia così e se così fosse sarebbe un tradimento della forza che la Chiesa e i cattolici possono avere, Mi auguro una piazza propositiva, non una minoranza agguerrita».

25 marzo 2007



Buon 8 marzo


8 Marzo 2007

In questo 8 marzo i miei auguri vanno a tutte le donne e alle loro famiglie, ma alcune, non poche per la verità, meritano un’attenzione in più. Penso a tutte quelle donne che hanno appena avuto un bambino o una bambina che dovranno crescere da sole perché i padri non hanno avuto il coraggio di riconoscere; alle donne che cercano lavoro e sentono la precarietà come ostacolo per mettere su famiglia; alle donne in carcere con i piccoli da crescere dentro e fuori le mura; alle donne vedove che hanno perso il proprio compagno per atti di follia o di violenza, e che improvvisamente, nel dramma, sosterranno da sole il peso di una famiglia; alle donne che sono vittime di abusi e maltrattamenti, persino in quella casa in cui, invece, dovrebbero trovare amore e sostegno; alle bambine che uomini malati fanno oggetto delle proprie perversioni sessuali; alle donne che nella fatica quotidiana di conciliare i tempi di lavoro con quelli di cura allevano con dignità e coraggio uno o più figli; alle donne immigrate nel nostro Paese, che lasciano ad altri i propri figli, per cercare qui il lavoro che nel proprio paese manca; alle donne anziane che dopo aver dato tanto vivono in solitudine gli ultimi anni della propria vita; alle più giovani che guardano alla politica con passione e interesse e ogni giorno misurano i limiti di un sistema che si ostina a ignorare la loro forza e la loro creatività. 

Per loro, e per le loro famiglie, non solo mimose, ma la promessa concreta che il governo e le Istituzioni faranno di tutto per non lasciarle sole. Affinché il loro essere donna, lavoratrice, madre siano sempre più valori preziosi per un arricchimento collettivo e mai più impedimenti per l’acquisizione definitiva di un pieno diritto di cittadinanza.



DICO: I primi commenti


15 Febbraio 2007

In questa settimana ho ricevuto molte mail di commento al disegno di legge sui Dico e alle mie dichiarazione e interviste pubbliche.

In maggioranza chi mi scrive esprime comprensione e sostegno per quanto è stato fatto, altre comunque non nascondono critiche e forti riserve.

Ne rendo pubbliche alcune e mi scuso con tutti voi per il ritardo negli aggiornamenti del Blog.




Gentile signora Ministro,
 
immagino che poco contino per lei queste parole ma sento mio profondo dovere, da cattolica indegna ma convinta, darle tutta la mia solidarietà per quanto sta accadendo in questi giorni! Devo ringraziarla per la sua pacatezza e per la sua tenacia, che danno testimonianza solida di quanto può fare un cristiano in politica (la più alta forma di carità, per Paolo VI...temo che Ruini non sarebbe d'accordo...).
 
Vorrei che lei sentisse la vicinanza della Chiesa dei battezzati, che credo sia ben più consapevole di quanto non lo siano certe sue gerarchie, di quali siano i bisogni e le sofferenze della comunità degli uomini/delle donne con la quale cammina. Non si amareggi per la terribile miopia di certuni: anche i vescovi sono uomini, e non sono esenti da errori. Dobbiamo dispiacercene, ma senza vacillare. Da giurista, sono profondamente convinta che lo Stato abbia il dovere di dare regole certe e chiare ai propri cittadini, mediando e trovando compromessi ragionevoli ed eticamente sostenibili e sono altrettanto convinta che il principio di laicità sia garanzia di eguaglianza, rispetto, tutela dei diritti...
 
Sono certa che non siano i Dico a minacciare la famiglia e che ben altre sono le terribili ingiustizie su cui le gerarchie dovrebbero lanciare i loro strali.
Credo anche lei ami il disegno di 'Chiesa per..' e di 'Chiesa con..' tracciato dal Concilio Vaticano II; qualcuno si ostina a promuovere invece una 'Chiesa contro...' che, in questo caso almeno, non ha nulla di evangelico.
 
Stia serena, signora Ministro, e stia salda nella dignità del suo ruolo istituzionale. Credo che molti vorrebbero scriverle le stesse cose...
 
Con i migliori sentimenti,
 
Donata Borgonovo Re
Trento




Nome: IGINIA
Cognome: TAROZZI ZANARDI

Carissinìma Rosy, intanto come appartenente all'Azione Cattolica sono molto orgogliosa che persone come te abbiano impegni tanto importanti come il bene della famiglia. Famiglia che non verrà mai scalfita dalla legge  proposta e che mi sembra assai buona per le persone deboli. Siamo cristiani e desideriamo il bene di tutti. Mi dispiace tanto quando qualcuno, che non è in piena regola come famiglia,  voglia pontificare e criticare quello che fate. Ho tanta fede, ma ci sono momenti che la  Chiesa  mi addolora con il suo modo di fare. AUGURI  INFINITI PER IL TUO GRANDE LAVORO. Scusa se ti dò del Tu ma ho 77 anni e potrei essere  la tua mamma. Un abbraccio  Iginia




GRAZIE !!!!!!!!!!! FINALMENTE QUALCUNO HA PENSATO ANCHE A NOI ! CARA ROSY, SONO MOLTO MOLTO MOLTO CONTENTA DELLA SUA DECISIONE E SONO ANCORA PIU' CONTENTA CHE VENGA DA LEI, OLTRE CHE DAI SUOI COLLEGHI, CHE E' NOTORIAMENTE CREDENTE ANCHE SE, PER FORTUNA, NON BIGOTTA. VOLEVO, CON QUESTA MIA E-MAIL, FARLE I COMPLIMENTI E MI CREDA, PRONUNCIATI DA ME, CONVINTA ELETTRICE DI CENTRO-DESTRA NONCHE' ETEROSESSUALE, SONO ANCORA PIU' VIGOROSI. IO NON SONO CONTRO AL MATRIMONIO, ANZI, MA LA LEGGE ITALIANA SUI DIVORZI E' MASSACRANTE ED IL MIO COMPAGNO (CONVIVIAMO PIU' CHE FELICEMENTE ED INNAMORATI PIU' CHE MAI DA 7 ANNI ED ORA ALLA FACCIA DELLA "CRISI DEL SETTIMO ANNO", CI STIAMO COMPRANDO CASA) HA UN BEL DA FARE CON LA SUA EX MOGLIE CHE DOPO AVERLO MOLLATO SU DUE PIEDI E CON SOLO 10000 LIRE IN TASCA (AUTOMOBILE NUOVA COMPRESA ANCHE SE GLI SERVIVA PER ANDARE A LAVORARE MENTRE LEI NON HA MAI VOLUTO FARE NULLA) HA PURE IL CORAGGIO DI DARGLI BATTAGLIA LEGALE..... BISOGNEREBBE FARE QUALCOSA ANCHE SU QUESTO PROBLEMA PERCHE' NON TUTTI POSSONO SPENDERE GLI STIPENDI DAGLI AVVOCATI, SOPRATTUTTO QUANDO NON CI SONO FIGLI O IMMOBILI. COMUNQUE, TORNIAMO A BOMBA; COMPLIMENTI ANCORA PER AVER DATO UNA BELLA IMMAGINE DELLA NOSTRA ITALIA UN POCO SCIANCATA A TUTTA L'EUROPA. GRAZIE ERIKA DALLA LUNIGIANA.




Gentile ministro Bindi,
alcuni anni fa, quando lei era ministro della Sanità, la incontrammo in un ristorante di Roma. Stava cenando con alcuni suoi collaboratori. Era il tempo del caso Di Bella e lei era sotto pressione, mia moglie mi disse: "C'è la Bindi: andiamo a stringerle la mano... Magari le fa piacere sapere che c'è gente che le dà ragione e la sostiene nella sua battaglia". Lei, forse, non ricorda l'episodio, ma io e mia moglie ci siamo sentiti "civilmente" fieri di quella piccola cosa.
 
Adesso, per certi versi, siamo da capo. E siccome non è detto che ci s'incontri al ristorante nei prossimi giorni, vorremmo esternare a lei e alla sua collega Barbara Pollastrini sostegno politico (per quello che vale), ma anche affetto e comprensione umana per il vostro lavoro sulle unioni di fatto. Lavoro, ci pare, quanto mai difficile e pieno di insidie, lavoro che voi due state cercando di fare con la serena "testardaggine" di chi pensa che fra le persone ci possa e ci debba sempre essere una strada, un percorso per capirsi. Anche quando si parte da posizione diverse.
 
Vede, ministro, mia moglie Federica è cattolica osservante, io sono ateo; tutti e due votiamo Ds. Abbiamo tre figli (battezzati) che cerchiamo di educare alla libertà di pensiero e di religione, senza inutili estremismi come l'esenzione dall'ora di religione a scuola. Entrambi pensiamo che questo Paese possa e debba avere una legge giusta sulle unioni di fatto che dia il più possibile in termini di diritti alle coppie (etero o omosessuali) senza mettere in discussione il concetto di famiglia in quanto tale e senza che nessuno possa ritenerlo minato. Non riusciamo a capire perché il nostro (mio, di mia moglie, forse anche suo) concetto di famiglia debba essere minato solo perché due persone dello stesso sesso che si amano e convivono esercitano diritti che tutti abbiamo e che la stragrande maggioranza degli italiani ritengono che anche le coppie gay dovrebbero avere.
 
Insomma, in questo mondo in cui la tolleranza non sembra più una virtù; in cui le guerre di religione sembrano tornate di moda, in questa Italia malata in cui anche il Vaticano sembra aver deciso di scendere in campo nella battaglia politica, la vostra (sua e della Pollastrini) pervicace e civilissima iniziativa, ci sembra sacrosanta. Per questo vorremmo, idealmente, stringerle di nuovo la mano
 
Massimo Razzi
Federica Scaraglio


Nome: Antonella
Cognome: Cocolli





Cara Rosy,
scusi signora ministra,ma mi viene spontaneo dirgli cara.....Sono una sua corregionale di più di 50 anni e da ben 15 anni vivo con il mio compagno,senza essere sposati. Io ho due figli e lui altri due figlia avuti dai nostri precedenti matrimoni. In tutti questi anni abbiamo vissuto cercando di portare avanti un progetto in comune quello di volerci bene, di educare i nostri figli , di farli diventari grandi, onesti e con dei valori.
Non nego che c'è voluta molta fatica, ogni giorno ha avuto le sue pene, ma adesso che i ragazzi hanno tutti più di vent'anni, ci sentiamo di non aver sbagliato a puntare sul nostro rapporto.
Le racconto questa piccola storia, perchè è una delle tante che fanno parte di ciò che tratta la legge "Dico" che lei insieme alla ministra Pollastrini avete finalmente creato.
Un grazie soprattutto a lei, per il suo rigore politico e civico, per la sua fede nella Costituzione italiana, e per la sua coscienza di servitrice di questo Stato, che Le chiede di fare buone leggi per i suoi cittadini.Non deve essere stato facile per una cattolica affrontare le mille insidie e critiche che venivano soprattutto da quel mondo dal quale proviene, per questo secondo me si è dimostrata coraggiosa e consapevole della sua missione.
Anche se la legge può essere migliorata e piano,piano andrà sempre più incontro alle esigenze dei cittadini, credo che sia un notevole passo avanti verso l'idea di creare un paese moderno, europeo, che cerfa di tutelari i più deboli, che ascolta i propri cittadini,li reputa maturi e conspevoli di fare delle scelte.
Ancora un sluto affettuso, un incoraggiamento e un buon lavoro.
Una donna italiana
Antonella Cocolli





Mi si permetta quale cattolica praticante e osservante un modesto parere sulla nuova proposta relativa alle unione di fatto.
La religiosità e cattolicità di un popolo e di uno stato non si misurano secondo le leggi in vigore più o meno favorevoli al cattolicesimo od alla cristianità in generale. Si misurano secondo la qualità delle genti che si dichiarano cristiane e cattoliche. Negli ex paesi comunisti dell'est lo Stato si dichiarava ateo. Ma buoni Vescovi ed ottimi preti, pur tra mille difficoltà, hanno saputo parlare di Dio, del Vangelo e dei Sacramenti al cuore ed al cervello delle genti con
risultati insuperabili. Di fatto non erano Stati atei! Conseguentemente  Europa ed Italia non sono da considerarsi cattolici o cristiani perchè è scritto o non scritto da qualche parte o per le leggi in vigore.
SE oggi ri riscontra la necessità di nuove leggi che regolino situazioni prima non esistenti forse noi cattolici dobbiamo
fare un esame di coscienza perchè non abbiamo saputo comunicare ad altri a noi vicini per fare loro  comprendere quanto bello ci sia in una unione come il matrimonio considerato  un Sacramento da Dio. Non mi ritengo sposata a mio marito perchè è scritto su qualche registro ma perchè quotidianamente vivo questo sacramento.
Avrei desiderato che il Papa si rivolgesse prima ai fedeli, poi ai Vescovi ed ai Preti affinchè si impegnino di più per la famiglia ed per ultimo ai politici. Più buoni cattolici meno unioni di fatto!
Gesù non mandò San Pietro a Roma affinchè parlasse in Senato per chiedere aiuto a propagandare il S. Vangelo; lo mandò presso la gente comune.
Ho constatato che politici divorziati e addirittura risposati con riti pagani (fra cui quello Celtico) si sono schierati apertamente a fianco della Chiesa Cattolica.
Comunque sia, cercherò di valutare serenamente e senza preconcetti, proprio come ci insegnano i Sacramenti, il S. Vangelo e le sue regole secondo il magistero di Gesù e della Santa Chiesa nei secoli.


Ferrero
Luigina
Torino




la sfida di dare nuovi contenuti e nuove forme alla politica e alla democrazia


5 Ottobre 2006

Nella Margherita -  ma non solo – sarebbe bene evitare di consumare energie per contrapporre il percorso tracciato da Romano Prodi verso il Partito democratico al dibattito che si è sviluppato nella tre giorni di Chianciano.

Se ci fosse stato questo rischio, probabilmente molti di noi - a cominciare da Pietro Scoppola - non avrebbero partecipato al convegno organizzato da Pierluigi Castagnetti, restando in attesa di Orvieto e delle decisioni dei partiti.

Va detto senza enfasi, ma in spirito di verità:  Chianciano non è stato immaginato per frenare il cammino del  Partito democratico.  Anzi, con sfumature e toni diversi, si è detto che è giusto andare avanti. E, aggiungo, fa bene Prodi ad assumersi la responsabilità di guidare questo cammino. Ma non si può neppure presentare il convegno come la tribuna di una potenziale corrente o di una componente che non vuole la contaminazione con le altre culture che si danno appuntamento ad Orvieto. Farlo, sarebbe ingeneroso verso chi  ha già dimostrato la capacità di mettersi in gioco per il rinnovamento della politica.

Ingeneroso anche verso Romano Prodi, che vuole fondare un partito nuovo e vero, e  non semplicemente un nuovo partito. Un partito nuovo, cioè plurale: in cui contano con pari dignità non solo la storia e la tradizione dei cattolici democratici ma anche le biografie e le persone. 

Per questo è decisivo l’apporto della Margherita.

Con tutti i suoi limiti, che ben conosciamo, la Margherita resta ad oggi il solo partito plurale del centro-sinistra, il solo che abbia già dentro di sé l’impegno a fare sintesi tra culture e biografie politiche diverse. Questo impegno va ora consegnato al Partito democratico a cui la Margherita porta, tra l’altro, in dote la sua pluralità. 

E’ paradossale, allora, che tutto il partito non consideri un valore il convegno di Chianciano.  Come cattolici democratici ci siamo detti che per fondare il partito nuovo occorre andare oltre il congresso, ben oltre l’orizzonte dei partiti e dar vita ad una vera Costituente. Noi non vogliamo abdicare alla responsabilità di restituire qualità e sostanza alla democrazia e crediamo che il cattolicesimo democratico sia ancora essenziale a questo obiettivo. Essenziale non perché esprime un’ispirazione religiosa ma perché traduce questa ispirazione in categorie della politica.

Si può pensare di fare a meno di questo pensiero di fronte alla sfida di dare nuovi contenuti e nuove forme alla politica e alla democrazia? Io non lo credo. Anzi penso che senza il contributo del cattolicesimo democratico rischiamo tutti di farci del male, di rendere più angusto l’orizzonte del partito nuovo, di immiserire il cammino che ci attende.

I partiti plurali non cancellano i propri tratti distintivi e non azzerano le proprie differenze. Le assumono, piuttosto, come elementi vitali di un modo di essere e fare politica che supera sia l’insostenibile pesantezza delle ideologie del passato sia la rassicurante leggerezza del relativismo presente. So bene che è un compito faticoso e, per certi aspetti, persino ingrato.

Eppure è il solo che può dare frutti e per il quale vale la pena spendersi.

Non vorrei che alla laicità dell’astensione, così prevalente nelle società post secolare, corrispondesse - sul piano della forma e dei contenuti del partito nuovo -  un “pluralità dell’astensione”.  Infatti, come la laicità dell’astensione neutralizza le convinzioni, così  la pluralità dell’astensione smarrisce le differenze e neutralizza la partecipazione.

Alla laicità dell’astensione noi preferiamo la laicità del dialogo, nella società e nel partito nuovo.

Il rischio della pluralità dell’astensione si può evitare insomma solo praticando la “pluralità dell’integrazione” e cioè traducendo il pluralismo nella capacità di stare insieme senza prevaricare e senza escludere nessuno.      



Quando si vince tutto


12 Luglio 2006
Ora che si è vinto tutto, ma proprio tutto, cerchiamo di essere all’altezza dei nostri successi.

Nella politica e nel calcio.

La Nazionale ci ha fatto dimenticare le miserie di un gioco troppo condizionato dalla forza del denaro e dello star system. Ha ridato passione e onore a milioni di  tifosi che ora si aspettano un calcio pulito e la certezza che nella prossima stagione non ci saranno trucchi o favoritismi. Questi tifosi non vogliono svendere, con patteggiamenti al ribasso, la vittoria di Berlino.    

Per la politica è un po’ la stessa cosa.

Domenica alcuni amici toscani hanno aperto i cancelli di Villa Le Fabbriche, tra Lucignano e Monte Savino per festeggiare, in un colpo solo, la vittoria delle elezioni politiche e amministrative, il referendum, il mio incarico di Ministro della famiglia e propiziare, così, anche il successo ai mondiali.  

Con noi – eravamo oltre trecento - c’era anche il Presidente Scalfaro. Poche parole, ma forti e ben scandite: la vittoria del no al referendum non può essere usata contro la Costituzione. La straordinaria partecipazione al voto ha cambiato la natura del referendum confermativo, trasformandolo in una scelta in favore della Costituzione del ’48.

Dunque, prima di siglare patti o cercare intese con il centrodestra va stabilito dove e perché intervenire. La Costituzione si può adattare ai nuovi tempi ma senza smentire i principi e i valori che hanno formato l’identità del nostro popolo.

Vogliamo fare il partito democratico e domenica, anche su questo, non c’erano dubbi.  E vogliamo impostare un percorso serio, meditato e – soprattutto – partecipato. I partiti veri nascono e, soprattutto durano e incidono sulla realtà, solo se sanno rispondere ad un bisogno politico autentico, se offrono risposte credibili, se interpretano il presente progettando anche un po’ di futuro. Di certo, non da una fecondazione artificiale, dallo scambio o dall’assemblaggio di oligarchie e pezzi di ceto politico. Nascono e crescono da una battaglia di idee che, se non è pretestuoso e ideologica, accompagna la definizione di una nuova identità, sintesi del ricco patrimonio di culture e tradizioni politiche che si sono strette intorno al simbolo dell’Ulivo. E nella battaglia di idee per definire il nuovo soggetto politico i cattolici democratici vogliono esserci. Non come una componente che si contrappone ad altre e tratta per un riconoscimento, comunque sia. Ma perché, a ben vedere,  il progetto riformatore dell’Ulivo verrebbe snaturato per far posto ad una vecchia e inadeguata   ricomposizione del quadro politico in chiave lib -lab, di cui francamente non sentiamo alcun bisogno.



Maternità e diritti


7 Luglio 2006

Una giovane donna di Catania, Ivana Maugeri, è stata sospesa dal lavoro perché incinta. Impiegata in un call-center, come tante altre giovani precarie, non ha diritto alla maternità. L’azienda si è giustificata sostenendo che di fronte al rischio di aborto, denunciato da Ivana con un certificato medico, non poteva  fare altrimenti. E’ una brutta vicenda ma non così eccezionale. Purtroppo, in particolare nel Mezzogiorno, le discriminazioni contro le lavoratrici che aspettano un figlio o che sono già mamme sono tante. Ho scritto alla signora Ivana una lettera aperta, per esprimere solidarietà ma soprattutto per annunciare l’impegno di cambiare una normativa ostile alla famiglia e per affermare il diritto alla maternità per tutte le donne.

Per domani  i colleghi di Ivana hanno proclamato uno sciopero di quattro ore. Io sarò al Consiglio dei Ministri che discuterà il Documento di programmazione economico-finanziaria. Solleverò in quella sede il problema di una più efficace conciliazione dei tempi di vita e di lavoro.

Non c’è sviluppo stabile e di qualità se si mettono in conflitto lavoro e famiglia, occupazione e maternità.  Non si può accettare che nel 2006 si perda il posto di lavoro se si aspetta un figlio. Non è accettabile che in un paese avanzato come l’Italia ragazze neoassunte siano costrette a siglare taciti accordi assicurando di evitare la gravidanza pur di lavorare.

La maternità non è una malattia e non può diventare un handicap nella professionale. E’ invece un valore importante. Un valore per la donna, per la vita di coppia e per la società. 

 



LETTERA al neo-ministro Rosy Bindi


22 Maggio 2006
Dal quotidiano "Avvenire" del 19/5/2006

Sappiamo che non farà la bella statuina E la famiglia ne guadagnerà

di Franco Vaccari

Signor Ministro,
nessuno ce ne vorrà se da queste colonne il primo augurio di buon lavoro lo rivolgiamo a Lei. Non perché i titolari degli altri dicasteri del Governo ne abbiano meno bisogno, ma per coerenza con una prospettiva che è culturale, antropologica e, quindi, politica. Se, infatti, parlare di famiglia non è esercizio di retorica e la convergenza di diverse posizioni culturali non è di facciata, la definizione comune di "cellula fondamentale della vita sociale" fa della famiglia il luogo insostituibile da cui salute e malattia, ricchezza e povertà possono portare benefici o veleni in tutto il corpo sociale.
Che ci sia un Ministero, e che questo assuma una prima sostanza con l'attribuzione anche di un sottosegretario, è motivo di apprezzamento.
Un Ministero significa una politica da attuare e un conseguente lavoro quotidiano: la dimensione più vera per affrontare e risolvere i problemi, tanto più quelli familiari. Nel quotidiano, infatti, la famiglia vive la propria intimità e i propri drammi. Chi istituzionalmente se ne farà carico, dovrà dar voce a questo privato frastagliato che è forte risorsa sociale, tutelando, prima di tutto, sentimenti e valori che, per propria natura, richiedono discrezione per poter essere trasmessi.
Così, vorremmo vedere un sostegno reale che passi da un'azione chiara, puntuale, integrata con scelte economiche e giuridiche tali da poter constatare nei fatti che il "primato della famiglia" è capace di far tacere le questioni che obbediscono alla logica dello spettacolo (tragedie, eccessi, trasgressione, shock,) anziché alle urgenze reali.
La sua storia, signor Ministro, recita una convinta attitudine al dialogo e una riluttanza spiccata alla polemica sterile: c'è da attendersi che sappia comporre le legittime richieste di chi non vuole subire discriminazioni per i propri orientamenti e per le scelte affettive personali e le indicazioni sulla famiglia che la Costituzione afferma con chiarezza.
Qualcuno ha già commentato: "Mah! la famiglia gestita da una nubile!". Critica che non può venire certamente da parte cattolica, dove paternità e maternità sono state espresse spesso in ambito celibatario. Eppoi…. non saremo costretti a leggere patetiche interviste ai figli del Ministro su come "mamma predica bene ma razzola male"! Il confronto politico, ahimè, invade le vite private e le schermaglie su chi difende i valori alzano una cortina fumogena che non permette di vedere ciò che non si fa per attuarli.
I laici non possono certo tacciarla o darle l'etichetta di clericale. Nella sua persona, nel suo vissuto, nella sua testimonianza sono presenti molti aspetti capaci di poter fare avanzare la cultura della famiglia nella società italiana. Ce n'è bisogno, molto bisogno! Nella società in cui l'energia costa e lo spreco è inaccettabile, i giovani attendono risposte concrete su ciò che non è affatto sopito in loro: metter su casa da giovani, avere un figlio da giovani, poter lavorare da giovani, quando l'energia si dà e non si conta, quando si ragiona su ciò che preme, su ciò che sta a cuore! "I care!", signor Ministro!
In passato forse non sempre abbiamo condiviso tutte le sue scelte e tante sue interviste, e tuttavia c'è bisogno di una schietta "pasionaria" toscana. Gran bella cosa nell'epoca dell'indifferenza. E sappiamo che non accetterà di fare la bella statuina, svuotata di ogni potere reale. Che abbia deleghe e finanziamenti, per farci vedere cosa è nelle sue intenzioni e capacità!
Non potendole augurare ciò che, con tono popolare, traversa ogni cultura - tanti auguri e figli maschi - le auguriamo di cogliere l'ottima occasione: un ministro celibe, ma anche sanamente celebre.

L’Ulivo pilastro di un governo di tutti gli italiani


12 Aprile 2006

Anche se di misura abbiamo vinto e l’Ulivo con Romano Prodi si afferma come prima forza politica del paese. Possiamo festeggiare, e ringrazio tutti coloro che in Friuli Venezia Giulia, in Piemonte e in Toscana ci hanno votato, hanno sostenuto la mia candidatura e lavorato per l’affermazione dell’Ulivo  che in tutte e tre le circoscrizioni in cui ero presente ha avuto una bella affermazione.  Berlusconi non l’ha presa per il verso giusto e ora vorrebbe avvelenare la nostra soddisfazione.  Tenta un nuovo estremo azzardo, e lancia oscure minacce e ricatti più o meno velati, con una proposta insostenibile di grande coalizione. Una proposta irricevibile e un comportamento irresponsabile, che non ha precedenti nelle democrazie europee e che, purtroppo, conferma l’anomalia della destra italiana. E’ una vera indecenza. Invece di  rispettare i cittadini elettori e le regole della democrazia si mettono in fibrillazione le istituzioni, manipolando la verità. A due giorni dallo spoglio, l’ex presidente del Consiglio non vuole ancora prendere atto del responso delle urne. Noi non ci stiamo e diciamo no a questo tentativo di delegittimare il nostro schieramento e di mettere in dubbio il nostro diritto/dovere di governare l’Italia. E’ vero il paese è diviso a metà, ma questa spaccatura non giustifica ipotesi di governi fondati su maggioranze anomale o grandi coalizioni.  

L’Unione ha un programma e una maggioranza che permettono di lavorare con piena autonomia e autorevolezza.  Abbiamo fiducia nella maturità democratica degli italiani e rispetteremo anche chi non ha votato per noi. Per questo non si può far finta di non aver sentito l’impegno di Romano Prodi a governare nell’interesse di tutti gli italiani e non solo di una parte.

Solo la nostra coalizione può infatti lavorare a ricucire le lacerazioni consumate in questa lunga e aspra campagna elettorale. L’Ulivo è il simbolo di una nuova forza politica che ormai si è consolidata in una grande parte del paese e ha raccolto più consensi dei singoli partiti che ne fanno parte.  E’ un risultato che smentisce chi afferma che nelle urne sia stata sconfitta l’ala riformatrice del centrosinistra e che la polarizzazione del risultato elettorale consegni l’immagine di un paese diviso da due opposti radicalismi, quello berlusconiano e quello antiberlusconiano. Non è così, ha vinto invece la proposta di unità e di nuova politica avanzata con l’Ulivo da Romano Prodi. Una politica capace di dialogare con le differenze, di superare le contrapposizione ideologiche, di fare nuova sintesi culturale e politica rispettando i diversi punti di vista. L’Ulivo può fare e farà la differenza tra cinque anni di governo della destra, segnati dal conflitto permanente e dalla difesa di interessi personali di Berlusconi, e un governo al servizio dei bisogni reali del paese, attento all’esigenza di coniugare giustizia sociale e modernizzazione del paese, diritti e legalità.  



Chi sono i cattolici italiani.....


5 Aprile 2006

Dopo le frottole sulle tasse e l’Ici, il premier racconta nuove menzogne e dice che siamo contro la Chiesa cattolica. E’ l’ultimo disperato tentativo di mistificare la realtà e inquinare questa campagna elettorale. Berlusconi probabilmente non sa  che chi  davvero non rispetta i valori del Vangelo e quel crocifisso che lui vorrebbe solo esibire  è chi calpesta la dignità delle persone, chi usa un linguaggio volgare e lancia insulti, che mente senza pudore.  Perché possa farsi un’idea più precisa, vorrei ricordare al premier chi sono i cattolici a cui chiede di non votare per l’Ulivo e il centrosinistra. Sono quelli che nelle mense delle periferie offrono da mangiare ai nuovi poveri, alle famiglie monoreddito degli operai e degli impiegati pubblici; chi assiste i malati terminali malgrado i tagli alla sanità, chi accoglie gli immigrati senza alimentare la paura degli stranieri e chi rispetta le altre religioni senza incitare alla guerra di civiltà; chi aiuta i giovani tossicodipendenti nelle comunità invece di sbatterli in galera; chi combatte la mafia malgrado i suoi ministri abbiano sostenuto che con la mafia bisogna convivere. Questi cattolici sono al servizio del Paese, della comunità e della Chiesa italiana, sono tanti davvero tanti. Berlusconi se ne faccia una ragione, il suo appello finirà nel vuoto.     



Il Caimano di Nanni Moretti


25 Marzo 2006

Non potrò vedere il Caimano di Moretti. Non per ora, almeno. Sono in corsa, nel senso letterale del termine, tra il Friuli  Venezia Giulia, il Piemonte e la Toscana, per una campagna elettorale in cui  l’impegno a spiegare il nostro programma si scontra con i toni apocalittici dei nostri avversari.

Mi stupisce, però, che si possa aprire un dibattito sugli effetti ‘elettorali’ di un film.

Moretti è un artista e francamente mi pare del tutto fuori luogo chiedersi se aiuterà o meno il centrosinistra. Da un film mi aspetto che emozioni, che mi faccia divertire,  pensare, commuovere ed è con questo metro che giudicherò il lavoro di Nanni. Ho apprezzato il suo impegno nella stagione dei girotondi. Moretti ha dato la scossa ai vertici del centrosinistra, chiamando a raccolta tante energie che rischiavano di ripiegare in se stesse e di lasciarsi andare allo sconforto. E’ stato generoso, anche se a volte un po’ ruvido. Ma evviva la franchezza di un amico scomodo e leale! 

Si parla del suo film come di un ritratto molto amaro dell’Italia di oggi. Non sono pessimista, ma credo abbia ragione Moretti, quando dice, che il berlusconismo ci lascia una pesante eredità. Questo governo ha davvero terremotato le istituzioni, dalla giustizia all’informazione, dalla scuola alla sanità; ha sfigurato la moralità della politica e stravolto la Costituzione fino a cambiare, pochi mesi prima del voto, le regole della competizione elettorale. Non sono pessimista. Negli incontri e nelle manifestazioni di queste settimane avverto la stanchezza e la delusione della gente ma anche la voglia di cambiare. La consapevolezza che appunto, bisogna ripulire il paese dalle macerie.

E allora, andate al cinema, divertitevi e fatemi sapere cosa pensate del Caimano…      



Parole e fatti


21 Marzo 2006

Nel centrodestra, quando parla il cardinale Ruini si apre la gara a chi per primo si appropria delle sue parole. Noi preferiamo restare in ascolto della nostra Chiesa, rispettando il suo magistero senza strumentalizzazioni e soprattutto senza alimentare inutili forzature ideologiche. La coscienza dei cattolici sarà come sempre libera di giudicare e di esprimersi. 

Sulla famiglia, ad esempio, le nostre proposte sono chiare e molto impegnative. Ma rischiano di essere minimizzate o peggio ignorate. La campagna elettorale sembra infatti monopolizzata dal tema dei pacs. Una parola inesistente nel nostro programma, che nessuno ha mai scritto e a cui nessuno ha mai pensato come ad una forma di concorrenza o di alternativa alla famiglia.  Nel programma si parla invece, di regolare diritti e doveri delle persone che convivono nelle unioni di fatto. Non c’è alcuna equiparazione tra la famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, e le unioni di fatto. Più semplicemente, si prende atto che anche nella nostra società molte persone, e sono davvero tante, condividono stabilmente affetti e progetti di vita senza sposarsi, per scelta o per necessità. Per queste persone ci sono ancora problemi aperti: l’eredità o la possibilità di subentrare nel contratto di affitto o prendere decisioni su terapie e cure complesse. Davvero questo fa scandalo? Sono diritti e doveri che non mettono in discussione il primato costituzionale della famiglia ma rendono più serena e più responsabile l’esistenza di chi sceglie di convivere.

Anzichè discutere strumentalmente sulle parole, ci piacerebbe misurarci sulle proposte concrete, sulle nuove politiche sociali a misura della famiglia. Vogliamo chiudere la stagione delle una tantum e dei bonus bebè e dare finalmente stabilità alla famiglia. Con una grande attenzione ai bisogni reali: dalla casa alle politiche dei redditi, dalla sanità, alla scuola alla lotta alla precarietà. Per noi la famiglia è un soggetto centrale, su cui facciamo un grande investimento: più servizi, più aiuti economici, più certezze. Pensiamo di estendere gli assegni per i figli anche a chi -  lavoratori autonomi, artigiani, famiglie più povere -   oggi è escluso sia dalle deduzioni fiscali che dagli assegni familiari. Pensiamo ad un grande piano per gli asili nido, per liberare il tempo delle famiglie e aiutare le donne a conciliare impegni di cura e lavoro. Pensiamo ad una rete efficace di servizi domiciliari per gli anziani soli e non autosufficienti. Pensiamo ad una migliore organizzazione dei tempi e degli spazi nelle città, per allargare le opportunità di socializzazione e formazione che affianchino i genitori nel compito educativo, senza sostituirsi alla famiglia e senza sfruttare i bambini e i ragazzi come consumatori o semplici target di audience televisiva. Pensiamo ai giovani, con una ‘dote’ che potranno utilizzare per rendersi autonomi e camminare presto con le proprie gambe. 

E’ un modello di welfare più moderno ed europeo, che riconosce il valore della famiglia e rende più forte e giusta la nostra società.    



8 marzo


8 Marzo 2006

8 marzo a Trieste, Monfalcone, Pordenone e Udine. 
Festeggio la Festa della donna in campagna elettorale.  Sono la capolista dell’Ulivo in  Friuli Venezia Giulia. E’ una grande  responsabilità che voglio condividere con le altre candidate del centrosinistra e con tutte le donne che in questi anni si sono battute per il pieno riconoscimento della nostra autorevolezza e della nostra dignità. Dico subito che il centrosinistra avrebbe potuto investire di più nelle donne. La presenza femminile nelle nostre liste non è pienamente soddisfacente. Colpa anche di una legge elettorale truffaldina, che ha consegnato nelle mani di pochi uomini la selezione dei futuri parlamentari, e colpa di un inaccettabile ritardo nella politica italiana. Ritardo che si è accentuato in questi anni.

C’è poco da fare, la destra al governo ha dimenticato le donne, e quando se n’è ricordata è stato per prenderle giro, con la proposta di legge sulle quote rosa, o umiliarle con la violenta strumentalizzazione della legge 194.  In questi cinque anni di governo della destra la condizione femminile si è aggravata. L’Italia registra il peggior tasso di occupazione femminile tra i paesi Ue e a parità di lavoro le donne hanno retribuzioni più basse dei colleghi maschi. Nelle famiglie, è sempre più complicato conciliare gli impegni di cura, l’educazione dei figli, l’assistenza ai genitori anziani con il tempo per sé, le ambizioni  professionali.

E però le donne sanno anche offrire risposte nuove ai problemi. Non si tratta di ‘arrangiarsi’ o tanto meno adattarsi, ma di lavorare a testa alta, con passione, creatività e intelligenza per cambiare la realtà.  Possiamo farlo, senza rinunciare a noi stesse e alla nostra differenza.

Possiamo farlo a partire da questa campagna elettorale, parlando e coinvolgendo non solo le altre donne ma anche tutti coloro che sperano e vogliono finalmente voltare pagina.

Buon 8 marzo a tutte!

 



A Emma dico: liberiamo la campagna elettorale dai fondamentalismi


3 Marzo 2006

Emma Bonino non condivide le mie preoccupazioni sulla caratterizzazione anticlericale e laicista della Rosa nel pugno. Anzi, in una lettera a Repubblica, nega l’esistenza di questo rischio e mi propone di formare con lei un comitato che organizzi le primarie per la scelta delle candidature per il Quirinale. Un invito accompagnato da parole di stima politica e umana per nulla rituali. Entrambe, infatti, ci ritroviamo nel comune rifiuto del potere fine a se stesso e nella difesa di una politica forte, libera dai condizionamenti del denaro, ancorata ai valori.

La sua proposta è suggestiva ma, lo dico subito con grande franchezza, è prematura e, soprattutto, incompatibile con il dettato costituzionale. Credo che oggi siano altre le priorità e per evitare ambiguità, ritengo necessario non nascondere che le differenze tra noi restano grandi.


Niente strappi alla Costituzione
In questi anni la Costituzione ha subito troppi sberleffi; non e’ certamente opportuno sottoporla a nuovi strappi. Siamo in una democrazia parlamentare che affida alle Camere la scelta del Presidente della Repubblica. Non si può derogare a queste procedure con iniziative personalistiche.

Detto questo, non ci sarebbe nulla di male se l’indicazione parlamentare fosse preceduta da una consultazione dal basso, sul modello delle primarie sperimentate dall’Unione con Romano Prodi. Ma se rifiuto, insieme alla Bonino, una logica oligarchia e di puro scambio opportunistico nella scelta dei vertici istituzionali, neppure posso assecondare l’imposizione di un metodo che non fosse largamente concordato e condiviso.

Inoltre, non mi sembra corretto approfittare della campagna elettorale per lanciare la propria candidatura al Quirinale e ritagliarsi, grazie anche ad una pessima legge elettorale, spazi di visibilità orientati ad accentuare le differenze con gli alleati.


Difendere la laicità dall’integralismo teocon
Anch’io credo profondamente, nell’esigenza di salvaguardare la laicità della politica. Ma per me questo significa, innanzitutto, difenderla dall’integralismo che imperversa nel centrodestra, dove l’uso strumentale dei valori della religione dà fiato agli atei-devoti, all’ideologismo dei teocon, alle grida sconnesse sullo scontro di civiltà. Sono i clerico moderati del nuovo secolo. Si sentono possessori unici della verità, rifiutano il confronto e la mediazione con le altre culture e le altre sensibilità. Assimilano il relativismo etico al pluralismo culturale e politico e, cosi facendo, tradiscono il valore della laicità.

Il laicismo tradisce la laicità
C’è però anche un altro fondamentalismo che, sul fronte opposto alla destra, cerca consensi sulla lacerazione con il mondo cattolico, nello scontro tra credenti e non credenti e, in modo altrettanto strumentale, gioca su questi temi la campagna elettorale.

E’ il tradimento laicista della laicità .

E’ il laicismo che si sottrae alla fatica di trovare una sintesi, culturale e politica, rispettosa delle diverse sensibilità presenti nel paese e dei sentimenti più profondi e autentici degli italiani.

In questo modo la politica abdica alla sua funzione elettiva di mediazione, di aiuto a superare e ricomporre le differenze.

Si limita a rappresentare le lacerazioni.

Liberiamo la campagna elettorale 

Dunque nulla da fare, se non prendere atto di questo stallo? No.

A Emma propongono invece di evitare nuove lacerazioni; di liberare la campagna elettorale dalla commistione tra temi bioetici e scelte istituzionali; di sgombrare il campo da provocazioni come quelle, appunto, sull’abolizione del Concordato o sulla designazione del presidente della Repubblica.


Battere la destra sulla proposta alternativa di governo


Voglio vincere le elezioni e battere la destra, e voglio farlo misurandomi con i nostri avversari sullo sviluppo, il futuro del welfare, il lavoro, la scuola, i bisogni delle famiglie. Voglio  vincere affermando un modello di società più solidale, più giusta, più attenta a ciò che unisce nel profondo le donne e gli uomini di questo paese. Voglio vincere indicando con chiarezza la nostra alternativa di governo e di programma.

Questo, oggi, è il mio primo pensiero, il mio dovere, la mia responsabilità . Domani, se e quando avremo vinto, il mio impegno sarà quello di riprendere la fatica, che nell’Ulivo e con l’Ulivo sto già sperimentando, di un incontro e di una sintesi non ideologiche e non strumentali tra le culture più serie del nostro Paese.




Uniti si può


22 Febbraio 2006
La campagna elettorale entra nel vivo, ormai è tutto un girare per l’Italia. Negli incontri degli ultimi giorni, in tanti mi ripetono lo stesso messaggio: andate d’accordo, non vi dividete, restate uniti. E aggiungono, non fatevi condizionare dai radicali della Rosa nel pugno, e da qualche estremista alla Caruso. Si è capito che non mancheranno le fughe in avanti, le provocazioni, le corse solitarie per la visibilità. Tutto ciò provoca disagio e qualche perplessità tra la nostra gente, tra chi ha votato Prodi alle primarie. Come rispondo?

Il baricentro della nostra alleanza è chiaro e indiscutibile. E’ l’Ulivo, e non c’è un rischio di cedimento. Abbiamo dato diritto di tribuna a tutti e in Parlamento, se vinceremo le elezioni, ci saranno anche loro e questo servirà a rafforzare la cultura istituzionale e di governo di qualche movimentista.  Ma abbiamo anche vincolato tutti ad un programma e ad una leadership chiari. Quello che conta, infatti, saranno la squadra di governo e il patto di legislatura che tutti i leader dei partiti di centrosinistra hanno stretto all’Eliseo.

Prodi è il garante di questo patto e non ci sono dubbi sulle strategie di riforma e modernizzazione del Paese.

Faremo le innovazioni necessarie, le infrastrutture di cui l’Italia ha bisogno. Faremo una politica attenta ai diritti e alle libertà delle persone. Sulle unioni di fatto ci sono riserve? Vedremo come risolvere anche queste, ma intanto c’è la prima vera proposta organica per la famiglia. Una riforma importante che prevede una dote per ogni bambino e un capitale per ogni giovane, che riconosce il diritto alla maternità e alla paternità anche ai lavoratori precari e alle famiglie più povere, permette di conciliare  tempi di lavoro e di cura per le donne. Una riforma strutturale che ci avvicina all’Europa nella tutela della famiglia.  

Daremo una scossa all’economia, con la riduzione del cuneo fiscale e gli incentivi all’innovazione e alla ricerca. Libereremo la scuola dalle mortificanti distorsioni della riforma Moratti. 

Ritireremo le truppe dall’ Iraq, come avevamo annunciato in tempi non sospetti. E la politica estera dell’Italia tornerà nel solco dell’Europa e del dialogo con i paesi del Mediterraneo. Un dialogo serio e fermo, perché tenuto saldamente nelle mani di una forza che non tollera nè l’estremismo politico di chi esibisce vignette insultanti per l’Islam o inneggia alla strage di Nassirya  nè il fanatismo di chi strumentalizza la religione e fomenta odio verso i cristiani.

   Nel dna dell’Ulivo c’è la una grande tradizione di cultura di governo, rispetto delle istituzioni, senso delle Stato e delle responsabilità  pubbliche, della dignità internazionale dell’Italia.

Non è poco e non è giusto dimenticarlo. L’Ulivo non nasce il 25 febbraio. L’Ulivo c’è già e possiamo dimostrarlo.

bindiblog. E uno!


31 Gennaio 2006

Da oggi mi avventuro nella rete con un mio blog. Sono tanti i temi su cui, spero, potremo confrontarci in tanti.
Dalle grandi questioni sociali – la salute, il lavoro, i diritti delle donne, la famiglia -  ai nodi della politica italiana – il conflitto d’interesse, la devolution, la questione morale-  alle prospettive del centrosinistra – il partito dei democratici, la laicità e il rapporto con il mondo cattolico.

La politica mi appassiona perché con la politica è possibile cambiare in meglio la realtà, fare cose buone per le persone, servire la comunità.

Che ne pensate, potremo cominciare da qui?